Dalla penna all’obiettivo: come Charles Dickens e Lewis Hine costrinsero due imperi a guardarsi allo specchio
Cosa accade quando una società è costretta a guardare il prezzo del proprio progresso? Un viaggio tra l'Inghilterra vittoriana scossa dai romanzi a puntate di Dickens e l'America progressista risvegliata dalle fotografie di Lewis Hine.
Dalla Londra vittoriana scossa dai romanzi di Dickens all’America progressista risvegliata dagli scatti di Lewis Hine: l’urgenza etica di due autori che hanno rotto il silenzio sul lavoro minorile senza cedere al pietismo per farsi custodi della dignità umana.
«Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica».
Lewis Hine
Questa celebre affermazione di Lewis Hine suggerisce un paradosso fertile: la fotografia documentaria del Novecento e la grande letteratura sociale dell’Ottocento condividono la medesima urgenza etica, distinguendosi unicamente nel mezzo espressivo. Alcuni decenni dopo che Charles Dickens aveva impiegato la pagina scritta per denunciare le piaghe dell’industrializzazione e restituire dignità all’infanzia violata nella Gran Bretagna vittoriana, Lewis Hine veniva nominato fotografo ufficiale del National Child Labor Committee (NCLC) negli Stati Uniti, documentando lo sfruttamento dei minori nei cotonifici e nelle miniere per spingere i legislatori a proibire il lavoro infantile.
Entrambi gli autori rompono il silenzio sulle classi subalterne e sugli “invisibili”, muovendosi lungo un sottile e delicato confine: trasformare la documentazione della miseria in una testimonianza capace di risvegliare la coscienza civile, senza tuttavia cedere al mero pietismo ma perseguendo quello che Hine stesso definiva l’ideale di «trattare artisticamente il lavoro».
C’è un filo ideale che unisce una locanda fumosa nella Londra del 1838 a una sala conferenze di Boston nel 1910. Nel primo caso, un capannello di operai si accalca attorno a chi sa leggere per ascoltare ad alta voce l’ultima puntata di un romanzo da uno scellino; nel secondo, un pubblico borghese fissa in silenzio una lastra di vetro proiettata dalla lanterna magica. In entrambi i contesti, il pubblico non sta semplicemente fruendo di un racconto: sta assistendo alla rottura del patto di rimozione su cui poggia il miracolo industriale.
L’Inghilterra vittoriana: l’inchiostro contro l'alibi morale
Nella Gran Bretagna della prima metà dell’Ottocento, l’infanzia diventa il terreno d’indagine prioritario per misurare il costo umano della rivoluzione industriale. Mentre la retorica economica celebra la moltiplicazione della ricchezza e l’espansione dell’Impero, le città mutano a ritmi incontrollati: le campagne si svuotano, metropoli come Londra, Manchester e Leeds crescono nel fango e nel fumo dei camini, e la Nuova Legge sui Poveri (1834) sancisce un principio spietato: la miseria non è una sventura da soccorrere, ma una colpa morale da reprimere. Chi non produce finisce nelle workhouses, istituzioni concepite per punire l’indigenza attraverso la separazione forzata delle famiglie, la fame razionata e il lavoro coatto.
È l’apoteosi del cinismo utilitarista e delle teorie economiche malthusiane, che troveranno la loro incarnazione satirica più feroce nelle parole di Ebenezer Scrooge in Canto di Natale (A Christmas Carol, 1843). Di fronte alla richiesta di un contributo liberale per gli indigenti, Scrooge replica domandando se non vi siano già le prigioni e le workhouses, aggiungendo con freddezza che se i poveri preferiscono morire «è meglio che lo facciano, così diminuiranno la popolazione in eccesso». Dickens mette alla gogna la contabilità disumana del suo tempo, dimostrando come dietro l’alibi dell’efficienza economica si celasse una deliberata spoliazione della dignità umana.
In questo scenario, la narrativa dickensiana interviene mettendo a nudo lo sfruttamento dei più piccoli non come un’astrazione statistica, ma attraverso storie individuali, volti e dettagli realistici. Dai bassifondi londinesi in cui i bambini vengono gettati sulla strada costretti ad arrangiarsi da soli, fino alle umiliazioni subite da Oliver Twist tra i battitori di stoppa della parrocchia o al calvario autobiografico del piccolo David Copperfield — intrappolato a dieci anni a lavare ed etichettare bottiglie nella penombra della fabbrica Murdstone & Grinby —, Dickens restituisce la sofferenza fisica e psicologica di un’intera generazione privata della gioia, del gioco e dell’istruzione.
Dickens compie un’operazione scandalosa per la coscienza dell’epoca: non scrive aridi pamphlet economici per la Camera dei Comuni, ma sceglie la serialità popolare dei romanzi a puntate venduti a uno scellino. Inserendo queste storie nelle case borghesi e facendole risuonare nei circoli operai, costringe la società vittoriana a guardare negli occhi gli «invisibili» del sistema industriale. Oliver che chiede «ancora un po’ di minestra» cessa di essere un costo demografico sui registri parrocchiali: diventa un atto d’accusa vivente contro l’alibi morale della borghesia, preparando il terreno per le prime inchieste parlamentari e le revisioni legislative dei Factory Acts.
Del resto, quella ferita Dickens la conosceva per averla vissuta sulla propria pelle: a soli dodici anni, con il padre rinchiuso per debiti nella prigione di Marshalsea, fu strappato alla scuola e mandato a lavorare per dieci ore al giorno nella fabbrica di lucido da scarpe Warren’s Blacking. Quell’esperienza di abbandono e vergogna sociale non fu soltanto un trauma mai del tutto cicatrizzato, ma la radice viva della sua poetica: la rabbia intima di chi era stato un bambino sfruttato e che, divenuto adulto, decise di prestare la propria penna a chi non aveva voce per difendersi.
L’America progressista: la fotocamera come atto d'accusa
Spostandosi oltreoceano all’inizio del Novecento, il baricentro dell’industrializzazione capitalistica si trasferisce negli Stati Uniti. In questa Repubblica che corre verso il primato economico mondiale, l’infanzia torna a essere il terreno d’indagine prioritario per misurare il costo umano del progresso.
In una delle scene più celebri e visionarie di Canto di Natale, da sotto le vesti del Fantasma del Natale Presente emergono due creature mostruose: due bambini scarni, cenciosi e sfigurati dalla degradazione. «Questo bambino è l’Ignoranza. Questa bambina è la Miseria», ammonisce lo Spirito, indicando nell’Ignoranza la condanna più fatale per il futuro della civiltà. Mezzo secolo dopo, Lewis Hine percorre gli Stati Uniti per documentare esattamente le conseguenze materiali di quella duplice piaga: sottraendo i fanciulli all’istruzione per incatenarli a turni estenuanti di dieci o dodici ore nei campi, nelle miniere e nei mulini tessili, la società industriale fabbricava artificialmente quell’analfabetismo sistematico destinato a perpetuare per generazioni lo stato di miseria. Gli scatti di Hine rappresentano, a tutti gli effetti, la trasposizione visiva e scientifica di quell’antica profezia allegorica.
Nominato fotografo ufficiale del National Child Labor Committee (NCLC), Hine intraprende un lungo viaggio documentario che ricalca con precisione chirurgica le geografie narrative dickensiane. I suoi scatti metropolitani — che ritraggono piccolissimi strilloni (newsies) intirizziti agli angoli delle strade di notte, giovanissimi spazzacamini, straccivendoli e lustrascarpe — sembrano dare forma visiva agli “Oliver Twist” dell’America del primo Novecento. Se Dickens aveva donato alla letteratura l’archetipo dell’infanzia violata e gettata nei bassifondi della microcriminalità urbana, Hine dimostra che quegli stessi orfani continuano a popolare le metropoli del Nuovo Mondo, sacrificati sull’altare dell’efficienza cittadina.
Al tempo stesso, se Oliver Twist era incentrato sui bassifondi di Londra, è La bottega dell’antiquario (The Old Curiosity Shop, 1840-1841) a offrire una delle prime e più impressionanti descrizioni del paesaggio industriale moderno. Il viaggio della piccola Nell e di suo nonno attraverso il Black Country — la regione mineraria e metallurgica delle Midlands — mette in scena una vera e propria discesa agli inferi tra ciminiere fiammeggianti, fornaci notturne, fumo perenne e folle di lavoratori spettrali. Si tratta di una narrazione visiva, quasi “da reportage”, che anticipa di decenni gli orizzonti anneriti delle miniere di carbone della Pennsylvania (breaker boys) e delle acciaierie di Pittsburgh documentate da Hine.
In questo paesaggio ostile, la figura di Little Nell incarna l’innocenza vulnerabile costretta a vagare in un territorio devastato dal ferro e dal carbone. Negli scatti di Hine per il NCLC, molte delle figure più toccanti sono proprio le bambine: lavoratrici nei cotonifici, raccoglitrici chine nei campi di barbabietole o giovani venditrici ambulanti. Richiamare Nell consente di cogliere l’evoluzione della sensibilità pubblica: se Dickens muoveva la coscienza vittoriana attraverso il pathos e la commozione morale per la fragilità della fanciulla, Hine traduce quell’istinto di tutela in uno sguardo fotografico composto e privo di melodramma. Come rileverà Susan Sontag, la forza delle sue immagini risiede proprio nella capacità di evitare il mero pietismo, puntando su una composizione formale ed elegante che conferisce a queste piccole lavoratrici una profonda dignità prima ancora che lo statuto di vittime.
Dalla devastazione dei paesaggi si passa infine alla spersonalizzazione della fabbrica, dove si ripropone puntualmente l’incubo descritto da Dickens in Tempi difficili (Hard Times, 1854). Nella Coketown del romanzo vittoriano, l’utilitarismo industriale riduceva l’operaio a pura «Hand» (mano d’opera): il padrone Josiah Bounderby non riconosceva ai lavoratori un’anima o una biografia, ma li concepiva unicamente come un’appendice anatomica necessaria a far muovere i telai — macchinari paragonati a «elefanti melanconici in preda a una folle monotonia».
Negli stabilimenti documentati da Hine, questa mutilazione ontologica viene applicata sistematicamente ai più piccoli. Nei cotonifici del Sud, i bambini venivano assunti non malgrado la loro età, ma a motivo di essa: le loro dita minute, agili e sottili erano le uniche in grado di riannodare i fili spezzati (piecers) o sostituire i rocchetti nei telai in movimento (doffers) senza dover arrestare il ciclo produttivo. L’industria riduceva letteralmente il bambino a un paio di mani docili, sacrificabili ed economiche, mentre la classe dirigente difendeva lo status quo contrabbandando il lavoro precoce come una sana «scuola di carattere» contro il vizio e l’ozio.
La rivoluzione visiva di Hine nasce proprio dal rifiuto di questa cancellazione umana. Consapevole che la classe padronale falsificava sistematicamente i registri anagrafici e scolastici, Hine intuisce che il Novecento esige un nuovo statuto di verità: la prova visiva inconfutabile.
Per penetrare nei complessi industriali protetti da guardiani armati, Hine mette a punto un vero e proprio metodo investigativo sotto copertura:
- Si finge ispettore delle polizze assicurative, perito antincendio, venditore di cartoline promozionali dei macchinari o piazzista di Bibbie per eludere la sorveglianza;
- Porta con sé una pesante fotocamera a lastre, occultata sotto il cappotto, operando in condizioni di luce proibitive con lampi di polvere di magnesio;
- Misura l’altezza dei piccoli lavoratori usando come scala metrica segreta la posizione dei bottoni del proprio gilet;
- Annota febbrilmente su un taccuino nascosto i dati anagrafici essenziali: nome di battesimo, età reale, ore di turno, salari e anni di scolarizzazione.
È qui che si salda il parallelismo più profondo con la lezione etica di Dickens. Così come la sorte del piccolo Tiny Tim in Canto di Natale dimostrava che la salvezza di un bambino vulnerabile non era subordinata a un’ineluttabile legge di natura, ma dipendeva da una precisa responsabilità etica ed economica della comunità (la conversione di Scrooge e un salario equo per Bob Cratchit), allo stesso modo Hine rifiuta di considerare i giovani lavoratori come quote sacrificabili del miracolo produttivo. Nei suoi taccuini non compaiono cifre anonime, ma identità concrete.
Se il padrone vedeva solo le “Mani”, Hine inquadra la totalità della persona: illumina i volti, costringe l’osservatore a sostenere quegli sguardi fieri e disarmanti, e restituisce a ciascun bambino il proprio nome.
Quella che in Dickens era narrazione empatica capace di scuotere la coscienza morale del lettore vittoriano, in Hine diventa prova testimoniale oggettiva. Quando le sue lastre vengono proiettate su grandi schermi durante le conferenze pubbliche del NCLC, il muro dell’omertà crolla: la fotografia fornisce il materiale storico e giudiziario che influirà in modo determinante sull’approvazione del Keating-Owen Act (1916) e sulle storiche tutele del Fair Labor Standards Act (1938). In entrambi gli autori, il bambino sfruttato cessa per sempre di essere una comparsa invisibile per diventare il centro etico della critica alla modernità.
Oltre il pietismo: l'estetica del lavoro e la dignità del soggetto
L’efficacia e la risonanza durevole del lavoro di Dickens e di Hine risiedono nel loro radicale rifiuto del sensazionalismo: la documentazione della degradazione materiale non si trasforma mai in uno spettacolo degradante per il soggetto ritratto.
Come evidenzia lo studioso Remo Ceserani, la fotografia di reportage sociale assume nella modernità il compito fondamentale di risveglio critico e di espansione della coscienza democratica. Citando l’analisi dello scrittore Michael Ondaatje, Ceserani sottolinea come la ricerca visiva di Hine sia stata capace di conferire «voce, tono e angolo di visione» a una moltitudine di lavoratori e immigrati altrimenti del tutto silenziosa, mai descritta dalla letteratura ufficiale né registrata dall’iconografia dominante.
Sul piano letterario, Dickens compie esattamente il medesimo riscatto nei confronti dei ceti popolari urbani dell’Inghilterra vittoriana. L’esempio più folgorante di questa operazione è la figura di Sam Weller. Introdotto nel decimo capitolo de Il Circolo Pickwick (1836-1837) come lucidatore di stivali (boots) nella locanda White Hart, Sam salvò il romanzo dal fallimento editoriale, facendone esplodere le vendite e trasformandolo nel primo fenomeno mediatico di massa dell’era moderna.
Ma Sam è molto più di una trovata comica: è l’incarnazione viva del proletariato metropolitano. Cresciuto alla durissima «scuola della strada» — ragazzo da fatica costretto a dormire negli “alloggi non ammobiliati” sotto le arcate asciutte del ponte di Waterloo —, Weller rifiuta radicalmente il ruolo della vittima passiva. Non chiede l’elemosina né la commiserazione borghese: possiede una sagacia affilata, un’incrollabile autosufficienza e una lingua propria, il dialetto cockney costellato dai celebri “Wellerismi” (folgoranti massime popolari dal sarcasmo spiazzante). Nel celebre binomio con Mr. Pickwick, è proprio Sam a fare da indispensabile contrappeso realistico all’ingenuità del padrone, guidandolo tra i tranelli della metropoli e dimostrando una nobiltà d’animo che culmina nella scelta di farsi arrestare pur di non abbandonarlo nella prigione per debiti della Fleet. Dickens toglie il popolo dall’invisibilità senza concedere nulla al paternalismo caritatevole.
Questo stesso rifiuto del pietismo attraversa l’opera visiva di Lewis Hine. Gli antecedenti di Sam Weller — i ragazzi di strada, i lucidastivali, gli straccivendoli di Londra — trovano i loro fratelli ideali nei giovani lavoratori urbani immortalati dalla fotocamera di Hine: gli sfrontati strilloni (newsies), i fattorini notturni e i lustrascarpe che affollavano i marciapiedi di New York, Chicago o Boston. Negli scatti di Hine, questi giovanissimi lavoratori non appaiono mai come sagome sottomesse: posano con il berretto inclinato, le mani in tasca e una fiera sicurezza di sé, rivendicando uno spazio nella metropoli.
Tuttavia, in entrambi gli autori l’impegno civile si nutre indissolubilmente di una rigorosa sensibilità estetica. Lewis Hine sintetizzava la propria ricerca espressiva nell’intento programmatico di «trattare artisticamente il lavoro». Riprendendo questa formula, Susan Sontag nota come l’attenta composizione formale e l’elegante equilibrio prospettico dei suoi scatti sui lavoratori industriali resistano al logoramento del tempo, parlando alle coscienze ben oltre la contingenza dell’immediata cronaca politica.
Né Hine né Dickens scelgono la via della commiserazione paternalistica:
- Hine colloca la macchina da presa all’altezza degli occhi del bambino, mai dall’alto verso il basso. I piccoli minatori o le filatrici non sono comparse schiacciate e rassegnate, ma soggetti che sostengono con fermezza lo sguardo dell’osservatore, rivendicando la propria presenza nel mondo;
- Dickens infonde nei suoi protagonisti una dignità interiore e una resistenza morale che ridicolizzano la miopia morale delle istituzioni caritatevoli e la tirannia dei maestri d’officina.
Nei ritratti di Hine, così come nelle pagine di Dickens, i protagonisti mantengono intatta una fisionomia umana e una dignità morale che neutralizzano il facile sentimentalismo, trasformando il documento di denuncia sociale in un’opera di valore artistico e civile permanente.
L’arte e il progresso: farsi custodi della dignità umana
Attraverso la penna e l’obiettivo, Dickens e Hine dimostrano come la rappresentazione delle ingiustizie sociali possa fungere da catalizzatore per la riforma politica e culturale. Se il romanzo a puntate e la prosa dickensiana formarono la coscienza morale dell’opinione pubblica nell’Ottocento, il reportage fotografico di Hine impose al Novecento un nuovo codice visivo ed etico, dove l’immagine non si limita a registrare la realtà, ma la interroga e contribuisce a modificarla.
La continuità tra i due autori risiede proprio nella fede nella capacità dell’arte di farsi custode della dignità umana di fronte alla violenza del progresso; una lezione che interpella direttamente il nostro presente, ricordandoci che ogni progresso non controllato tende a prosperare proprio laddove lo sguardo della società sceglie di non posarsi.
Fonti
Charles Dickens – Oliver Twist © Feltrinelli, 2014
Charles Dickens – La Bottega dell’Antiquario © BUR, 1984
Charles Dickens – David Copperfield © Einaudi, 2017
Charles Dickens – Il Circolo Pickwick © Adelphi, 1997
Charles Dickens – Tempi Difficili © Einaudi, 2018
Charles Dickens – Canto di Natale © BUR, 2017
Susan Sontag – Sulla Fotografia © Einaudi, 2004
Remo Ceserani – L’Occhio della Medusa © Bollati Boringhieri, 2011
Gisele Freund – Fotografia e Società © Einaudi, 2007
© Library of Congress (Washington D.C.) – National Child Labor Committee Collection
Lewis W. Hine – Social Photography: How the Camera May Help in the Social Uplift (1909)
A cura di: Alan Trachtenberg – Classic Essays on Photography © Leete’s Island Books, 1980
Alan Trachtenberg – Reading American Photographs: Images as History, Mathew Brady to Roy Stryker © Hill and Wang, 1989
Alexander Nemerov – Soulmaker: The Times of Lewis Hine © Princeton University Press, 2016
Viviana A. Zelizer – Pricing the Priceless Child: The Changing Social Value of Children © Princeton University Press, 1985
Hugh D. Hindman, Child Labor: An American History © M.E. Sharpe, 2002
Michael Ondaatje – Nella pelle del Leone © Garzanti, 1998
© The History Place
© Los Angeles Times