Le Hasselblad abbandonate sulla Luna
La Luna non è solo il nostro satellite, ma anche il museo di fotografia più esclusivo (e irraggiungibile) dell’universo.
Se mai dovessi farci un salto, troveresti 12 corpi macchina Hasselblad ad attenderti tra la polvere grigia.
Ecco la storia di come sono finiti lì e perché, per la NASA, erano diventati “zavorra”.
Perchè le Hasselblad sono state abbandonate sulla Luna?
Dolorosa, brutale e pragmatica è la realtà: l’equipaggio doveva diminuire il peso.
Durante le missioni Apollo, ogni grammo era calcolato al millesimo. Per poter riportare sulla Terra il maggior numero possibile di campioni di rocce lunari (fondamentali per la scienza), gli astronauti dovevano alleggerire il Modulo Lunare (LM) prima del decollo dalla superficie.
Il compromesso fu questo:
Si riportavano a casa: I caricatori (magazzini) con la pellicola impressionata.
Si lasciavano giù: I corpi macchina e i pesanti obiettivi Zeiss.
In pratica, gli astronauti staccavano il magazzino (per i non esperti, Hasselblad utilizza un sistema di magazzini separabili dal corpo macchina, che permette di cambiare pellicola senza terminare il rullino, intercambiando qualsiasi tipo di film) e lasciavano la fotocamera sul supporto del modulo o semplicemente a terra. Oggi sono lì, intatte nel vuoto pneumatico, a subire escursioni termiche che vanno da +120 °C a -150 °C.
Fotografare la Luna, sulla Luna, era tuttavia un’impresa assai più complessa. Le attrezzature dovevano sopravvivere e funzionare in condizioni proibitive: assenza di gravità e sbalzi termici violentissimi, che andavano dai 120° C sotto i raggi del sole ai -65° C all’ombra, per questo i corpi macchina vennero appositamente modificati e schermati per affrontare la missione della NASA.
Dettagli tecnici delle Hasselblad usate dalla NASA
- Lubrificanti eliminati: I fluidi interni furono sostituiti per evitare che evaporassero nel vuoto dello spazio.
- Verniciatura in argento: Il corpo della speciale macchina (la Hasselblad Data Camera) fu rivestito di vernice argentata per fronteggiare l’escursione termica estrema del suolo lunare.
- La “Réseau plate”: Venne installata una speciale piastra trasparente incisa con un reticolo di croci. Questo reticolo, ben visibile su tutte le famose foto dell’Apollo 11, permetteva agli scienziati di calcolare con esattezza le distanze spaziali degli oggetti immortalati.
- Ergonomia per astronauti: Eliminato del tutto il mirino – inutile visto l’ingombrante casco spaziale – i pulsanti vennero notevolmente ingranditi per essere premuti facilmente pur indossando guanti massicci.
L'Occhio dell'Umanità sulla Luna: quando Hasselblad divenne immortale
La sua azienda, in stretta collaborazione con la NASA, aveva costruito le macchine fotografiche incaricate di documentare i primi passi dell’uomo sulla Luna. Quando finalmente il messaggio arrivò da Houston, il sollievo fu immenso: lo sviluppo dei rullini in bianco e nero era “assolutamente perfetto”, tanto da produrre “132 fotografie da primo premio”.
Ma come è nata questa straordinaria collaborazione che ha immortalato la storia?
Tutto iniziò con la passione di un astronauta… La partnership tra la NASA e il produttore svedese non nacque originariamente da lunghi contratti di fornitura, ma dall’intuizione di un singolo esploratore spaziale. Nel 1962, l’astronauta Walter Schirra, grande appassionato di fotografia, acquistò di tasca propria una Hasselblad 500C con obiettivo Planar da 80mm.
Deluso dalle prestazioni delle fotocamere usate precedentemente nelle missioni, Schirra suggerì alla NASA di provare la sua fotocamera. Prima di farla salire a bordo della capsula spaziale, però, il dispositivo subì una vera e propria dieta dimagrante: per risparmiare peso vennero rimossi il rivestimento in pelle, lo specchio reflex e il mirino, il corpo fu dipinto di nero opaco per ridurre i riflessi e il magazzino fu modificato per permettere ben 70 scatti al posto delle normali 12 pose. Le immagini catturate da Schirra furono di una qualità talmente sbalorditiva da sancire l’inizio di una lunga alleanza.
Per quella passeggiata, Armstrong portò la speciale Hasselblad argentata allacciata direttamente sul petto, azionabile con un semplice grilletto. Fu proprio questa fotocamera, equipaggiata con filtro polarizzatore, a creare il patrimonio visivo di quel giorno, tra cui la celebre impronta nitida dello stivale di Aldrin sulla polverosa superficie lunare e il famoso ritratto in cui il visore del casco di Aldrin riflette in modo cristallino l’immagine di Armstrong e della capsula “Eagle”.
Allo stesso tempo, una seconda Hasselblad nera veniva usata per catturare il paesaggio direttamente dall’interno dei finestrini del lander lunare. C’è un dettaglio che rende queste macchine fotografiche ancora più leggendarie: nessuna delle fotocamere che hanno toccato il suolo lunare durante l’Apollo 11 ha mai fatto ritorno sulla Terra.
Nel corso dell’intero programma spaziale, dalla missione Apollo 11 fino alla Apollo 17, un totale di dodici fotocamere Hasselblad sono state lasciate ad attendere in silenzio sulla superficie della Luna, muti monumenti a uno dei più grandi successi visivi e tecnologici del genere umano.
La Réseau plate
In questo modo, le foto non erano solo documenti storici o estetici, ma fornivano dati metrici precisi per lo studio del paesaggio lunare in vista delle successive missioni Apollo.
L'indelebile "impronta" della Fotografia nella storia
La loro storia ci ricorda l’immenso valore umanitario della fotografia: lo strumento perfetto per catturare la storia dell’umanità in divenire e trasformare un trionfo quasi inimmaginabile in un’emozione collettiva.
Quando ammiriamo la nitida impronta dello stivale di Armstrong nel suolo lunare — un segno destinato a resistere per sempre poiché nessun vento spazzerà mai la superficie del nostro satellite — o quando contempliamo la commovente immagine della Terra blu che sorge fragile contro l’oscurità assoluta e insondabile dello spazio, ci rendiamo conto che ogni singolo scatto era un tesoro storico e un’opportunità irripetibile che veniva affidata a pochi esseri umani.
Queste fotografie non sono state semplici registrazioni meccaniche o freddi dati scientifici, ma i documenti storici che un intero pianeta di spettatori bramava di vedere. In un’epoca priva di connessione istantanea, senza smartphone o schermi digitali in ogni tasca, restavano solo l’attesa e i sogni di 600 milioni di persone, sintonizzate sul chiarore incerto di un televisore a tubo catodico.
Fonti
Hasselblad ©
NASA ARCHIVE ©
LIFE MAGAZINE ©
1969 Moon Landing Press Release © Hasselblad
National Gallery of Victoria ©