Friday
-
11 September, 2026

0

Share

Le Hasselblad abbandonate sulla Luna

La Luna non è solo il nostro satellite, ma anche il museo di fotografia più esclusivo (e irraggiungibile) dell’universo.
Se mai dovessi farci un salto, troveresti 12 corpi macchina Hasselblad ad attenderti tra la polvere grigia.

Ecco la storia di come sono finiti lì e perché, per la NASA, erano diventati “zavorra”.

Pubblicità Hasselblad anni '80

Perchè le Hasselblad sono state abbandonate sulla Luna?

Dolorosa, brutale e pragmatica è la realtà: l’equipaggio doveva diminuire il peso.

Durante le missioni Apollo, ogni grammo era calcolato al millesimo. Per poter riportare sulla Terra il maggior numero possibile di campioni di rocce lunari (fondamentali per la scienza), gli astronauti dovevano alleggerire il Modulo Lunare (LM) prima del decollo dalla superficie.

Il compromesso fu questo:

Si riportavano a casa: I caricatori (magazzini) con la pellicola impressionata.

Si lasciavano giù: I corpi macchina e i pesanti obiettivi Zeiss.

In pratica, gli astronauti staccavano il magazzino (per i non esperti, Hasselblad utilizza un sistema di magazzini separabili dal corpo macchina, che permette di cambiare pellicola senza terminare il rullino, intercambiando qualsiasi tipo di film) e lasciavano la fotocamera sul supporto del modulo o semplicemente a terra. Oggi sono lì, intatte nel vuoto pneumatico, a subire escursioni termiche che vanno da +120 °C a -150 °C.
Fotografare la Luna, sulla Luna, era tuttavia un’impresa assai più complessa. Le attrezzature dovevano sopravvivere e funzionare in condizioni proibitive: assenza di gravità e sbalzi termici violentissimi, che andavano dai 120° C sotto i raggi del sole ai -65° C all’ombra, per questo i corpi macchina vennero appositamente modificati e schermati per affrontare la missione della NASA.

Dettagli tecnici delle Hasselblad usate dalla NASA

La Hasselblad decise di prendere il suo modello di punta, la 500 EL, e modificarlo radicalmente. Vennero prese precauzioni straordinarie:
 
  • Lubrificanti eliminati: I fluidi interni furono sostituiti per evitare che evaporassero nel vuoto dello spazio.
  • Verniciatura in argento: Il corpo della speciale macchina (la Hasselblad Data Camera) fu rivestito di vernice argentata per fronteggiare l’escursione termica estrema del suolo lunare.
  • La “Réseau plate”: Venne installata una speciale piastra trasparente incisa con un reticolo di croci. Questo reticolo, ben visibile su tutte le famose foto dell’Apollo 11, permetteva agli scienziati di calcolare con esattezza le distanze spaziali degli oggetti immortalati.
  • Ergonomia per astronauti: Eliminato del tutto il mirino – inutile visto l’ingombrante casco spaziale – i pulsanti vennero notevolmente ingranditi per essere premuti facilmente pur indossando guanti massicci.
A coronare quest’opera d’ingegneria, l’azienda tedesca Zeiss sviluppò un obiettivo ad hoc (il Biogon 60mm) e la Kodak produsse una speciale pellicola ultra-sottile capace di ospitare fino a 200 esposizioni per ogni magazzino.
© National Gallery of Victoria, Melbourne. Presentato da Photoimport, 1971. Pubblico dominio.

L'Occhio dell'Umanità sulla Luna: quando Hasselblad divenne immortale

Luglio 1969. Mentre un mondo intero di telespettatori e radioascoltatori seguiva col fiato sospeso la missione spaziale dell’Apollo 11, nella città svedese di Göteborg c’era un uomo che attendeva un telegramma con un’ansia e una trepidazione del tutto particolari: Victor Hasselblad.
La sua azienda, in stretta collaborazione con la NASA, aveva costruito le macchine fotografiche incaricate di documentare i primi passi dell’uomo sulla Luna
. Quando finalmente il messaggio arrivò da Houston, il sollievo fu immenso: lo sviluppo dei rullini in bianco e nero era “assolutamente perfetto”, tanto da produrre “132 fotografie da primo premio”.
Ma come è nata questa straordinaria collaborazione che ha immortalato la storia?

Tutto iniziò con la passione di un astronauta… La partnership tra la NASA e il produttore svedese non nacque originariamente da lunghi contratti di fornitura, ma dall’intuizione di un singolo esploratore spaziale. Nel 1962, l’astronauta Walter Schirra, grande appassionato di fotografia, acquistò di tasca propria una Hasselblad 500C con obiettivo Planar da 80mm.
Deluso dalle prestazioni delle fotocamere usate precedentemente nelle missioni, Schirra suggerì alla NASA di provare la sua fotocamera
. Prima di farla salire a bordo della capsula spaziale, però, il dispositivo subì una vera e propria dieta dimagrante: per risparmiare peso vennero rimossi il rivestimento in pelle, lo specchio reflex e il mirino, il corpo fu dipinto di nero opaco per ridurre i riflessi e il magazzino fu modificato per permettere ben 70 scatti al posto delle normali 12 pose. Le immagini catturate da Schirra furono di una qualità talmente sbalorditiva da sancire l’inizio di una lunga alleanza.

Edwin "Buzz" Aldrin sulla superficie lunare Missione Apollo 11 © NASA
Il 20 luglio 1969, Neil Armstrong e Buzz Aldrin scesero sulla superficie lunare per oltre due ore e venti minuti di attività.
Per quella passeggiata,
Armstrong portò la speciale Hasselblad argentata allacciata direttamente sul petto, azionabile con un semplice grilletto. Fu proprio questa fotocamera, equipaggiata con filtro polarizzatore, a creare il patrimonio visivo di quel giorno, tra cui la celebre impronta nitida dello stivale di Aldrin sulla polverosa superficie lunare e il famoso ritratto in cui il visore del casco di Aldrin riflette in modo cristallino l’immagine di Armstrong e della capsula “Eagle”.

Allo stesso tempo, una seconda Hasselblad nera veniva usata per catturare il paesaggio direttamente dall’interno dei finestrini del lander lunare. C’è un dettaglio che rende queste macchine fotografiche ancora più leggendarie: nessuna delle fotocamere che hanno toccato il suolo lunare durante l’Apollo 11 ha mai fatto ritorno sulla Terra.

I rigidi margini di peso necessari per garantire il rientro in sicurezza della capsula e per far posto a ventidue chilogrammi di rocce lunari costrinsero gli astronauti a sacrificare gran parte dell’equipaggiamento. Ultimati gli scatti, l’unica cosa salvata furono gli inestimabili rullini, recuperati in un momento di grande tensione dove Buzz Aldrin ammise in seguito l’angoscia che la corda usata per issarli a bordo si spezzasse.
I corpi macchina argentati, insieme agli obiettivi e ad altra attrezzatura scientifica e di supporto (come stivali o zaini), vennero abbandonati tra le zampe del modulo “Eagle”, andando a formare quello che è stato scherzosamente descritto come un “mucchio di spazzatura” dal valore astronomico di circa un milione di dollari dell’epoca.
Nel corso dell’intero programma spaziale, dalla missione Apollo 11 fino alla Apollo 17, un totale di
dodici fotocamere Hasselblad sono state lasciate ad attendere in silenzio sulla superficie della Luna, muti monumenti a uno dei più grandi successi visivi e tecnologici del genere umano.
Impronta di un astronauta sul suolo lunare Missione Apollo 11 © NASA
Manuale di fotografia per astronauti della NASA

La Réseau plate

Le croci della Réseau plate sono i segni di misurazione di uno speciale reticolo inciso su una lastra trasparente, appositamente inserita all’interno della fotocamera Hasselblad 500 EL Data Camera utilizzata sulla superficie lunare.
Quando gli astronauti scattavano una fotografia, questo reticolo veniva registrato e impresso direttamente sull’immagine, rendendo le croci chiaramente visibili su tutti i celebri scatti dell’Apollo 11.
Il loro scopo era strettamente scientifico e di calibrazione: una volta riportati i rullini sulla Terra e sviluppate le pellicole, questi segni fissi aiutavano gli scienziati di Houston a calcolare con esattezza la distanza angolare e le proporzioni degli oggetti fotografati.
In questo modo, le foto non erano solo documenti storici o estetici, ma fornivano dati metrici precisi per lo studio del paesaggio lunare in vista delle successive missioni Apollo
.
Comunicato stampa Hasselblad della Missione Apollo 11

L'indelebile "impronta" della Fotografia nella storia

Le dodici fotocamere Hasselblad abbandonate nel silenzio della polvere lunare non sono solo il promemoria di una grande sfida ingegneristica, ma rappresentano il simbolo di uno dei momenti più alti dell’espressione umana.
La loro storia ci ricorda l’immenso
valore umanitario della fotografia: lo strumento perfetto per catturare la storia dell’umanità in divenire e trasformare un trionfo quasi inimmaginabile in un’emozione collettiva.

Quando ammiriamo la nitida impronta dello stivale di Armstrong nel suolo lunare — un segno destinato a resistere per sempre poiché nessun vento spazzerà mai la superficie del nostro satellite — o quando contempliamo la commovente immagine della Terra blu che sorge fragile contro l’oscurità assoluta e insondabile dello spazio, ci rendiamo conto che ogni singolo scatto era un tesoro storico e un’opportunità irripetibile che veniva affidata a pochi esseri umani.
Queste fotografie non sono state semplici registrazioni meccaniche o freddi dati scientifici, ma i documenti storici che un intero pianeta di spettatori bramava di vedere. In un’epoca priva di connessione istantanea, senza smartphone o schermi digitali in ogni tasca, restavano solo l’attesa e i sogni di 600 milioni di persone, sintonizzate sul chiarore incerto di un televisore a tubo catodico.

L’uso straordinario del mezzo fotografico nello spazio ha permesso di documentare i primi passi dell’umanità al di fuori del nostro pianeta, dandoci per la prima volta il dono inestimabile di poter guardare noi stessi e la nostra casa da un’altra prospettiva. È proprio questo il potere più profondo e umanitario della fotografia: non si limita a provare il successo di un’impresa tecnologica, ma si eleva a linguaggio universale capace di conservare la memoria condivisa dell’umanità e di mostrarci, con profonda meraviglia, fin dove possiamo spingere i confini del nostro orizzonte.
Mia figlia, Penélope, mentre fotografiamo i suoi giocattoli con la Hasselblad 500 C/M

Fonti

Hasselblad ©

NASA ARCHIVE ©

LIFE MAGAZINE ©

1969 Moon Landing Press Release © Hasselblad

National Gallery of Victoria ©


© 2026 Tutti i diritti riservati –   Nocturna Blog by Pixium Agency