Come preparare il Kodak D-23 in casa: Storia, formula e guida allo sviluppo
Il fascino della chimica fai-da-te e la leggenda del D-23
Nell’era della fotografia analogica contemporanea siamo abituati alla comodità: flaconi sigillati di liquidi concentrati pronti all’uso, misurini graduati al millimetro e bustine industriali preconfezionate. Tutto è progettato per essere rapido, standardizzato e asettico.
Eppure, per chi ama la camera oscura, c’è un gesto quasi ancestrale che nessun concentrato liquido potrà mai eguagliare: prendere una bilancia di precisione, pesare polveri grezze e creare da zero la pozione che trasformerà un fascio di luce invisibile in un’immagine d’argento.
Tra tutte le ricette tramandate nella storia della fotografia in bianco e nero, una su tutte ha assunto contorni quasi mitologici: il Kodak D-23.
Cosa penseresti se ti dicessero che uno dei rivelatori più amati dai maestri del paesaggio, celebre per la sua gamma tonale cremosa e le alte luci indistruttibili, è composto da due soli ingredienti chimici disciolti nell’acqua?
Niente cocktail complessi di alcali aggressivi, niente conservanti introvabili o formule segrete da laboratorio farmaceutico.
Solo: metolo, solfito di sodio e acqua.
Nato nel lontano 1944 dai laboratori di ricerca Kodak, il D-23 ha sfidato i decenni dimostrando una verità fondamentale che spesso dimentichiamo: nella chimica fotografica, la semplicità non è un limite, ma una scelta di pura eleganza tecnica. È il rivelatore che ha fatto innamorare maestri del calibro di Ansel Adams, capace di domare le scene di contrasto più violento e di regalare ai negativi una morbidezza tonale (destinati a stampe meravigliose) che il digitale cerca ancora oggi disperatamente di emulare.
Se non hai mai pesato un grammo di chimica in vita tua o se cerchi un modo per tirare fuori il massimo dai tuoi rulli a luce dura, mettiti comodo: ecco la storia, la scienza e i segreti pratici del rivelatore più minimalista mai concepito.
Rochester, 1944: La nascita "sotto bombardamenti"
Per capire perché il D-23 è fatto in questo modo, bisogna fare un salto indietro nel tempo fino al 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Ci troviamo a Rochester, nello stato di New York, all’interno dei celebri Kodak Research Laboratories. In quegli anni, la ricerca fotografica non era un semplice lusso per fotoamatori da salotto: la fotografia aerea, il fotogiornalismo bellico, la documentazione scientifica e la ricognizione militare richiedevano strumenti affidabili, capaci di funzionare anche nelle condizioni più estreme e con risorse limitate.
Due brillanti chimici della Kodak, J. I. Crabtree e R. W. Henn, ricevettero un compito preciso: studiare formule di sviluppo per negativi a grana fine che fossero estremamente tolleranti agli errori, stabili e ridotte all’osso in termini di complessità.
Fino a quel momento, chi cercava una grana finissima era costretto a usare rivelatori a base di composti tossici e complessi (come la para-fenilendiammina), pagando un prezzo altissimo:
Perdita consistente della sensibilità nominale della pellicola (spesso bisognava sovraesporre di 1 o 2 stop).
Tempi di sviluppo biblici.
Formule instabili e chimica capricciosa.
Dall’altro lato c’erano rivelatori standard come il neonato Kodak D-76 (introdotto nel 1927 per il cinema), eccellente e bilanciato, ma composto da quattro sostanze diverse (Metolo, Idrochinone, Solfito e Borace), con una dinamica di sviluppo più rapida e talvolta difficile da controllare in situazioni di forte contrasto.
Crabtree e Henn decisero di percorrere la strada della sottrazione radicale. Si chiesero: qual è la quantità minima assoluta di ingredienti necessari per ottenere uno sviluppo a grana fine, a basso contrasto e con la massima leggibilità nelle ombre?
La risposta fu la formula codificata come D-23.
Il paradosso Kodak che tagliò le gambe al D-23
Qui si consuma uno degli aneddoti più affascinanti della storia fotografica: perché il D-23 non è mai diventato un prodotto venduto in ogni negozio in busta gialla come il D-76?
La risposta è disarmante: era troppo semplice ed economico per essere commercializzato con profitto.
Kodak si rese conto che impacchettare due sostanze chimiche industriali ultra-comuni (il metolo e il solfito di sodio), che qualunque studio fotografico, ospedale (per le radiografie) o laboratorio militare acquistava già a sacchi da decine di chili, non aveva alcun senso commerciale.
Invece di trasformarlo in un prodotto chiuso sotto brevetto, Kodak scelse di pubblicare liberamente la formula nei suoi manuali tecnici ufficiali (Kodak Professional Data Books). In questo modo, qualsiasi fotografo al fronte, nelle redazioni dei giornali o nella propria cantina poteva prepararsi un litro di rivelatore fresco in meno di tre minuti, spendendo pochi centesimi.
Una scelta di trasparenza che ha reso il D-23 un patrimonio condiviso dell’artigianato fotografico, tramandato intatto e apprezzato fino a oggi.
Prepariamo il Kodak D-23 nella nostra camera oscura
C’è un momento esatto in cui la fotografia a pellicola smette di essere un semplice hobby e diventa un mestiere dell’anima: quando spegni lo schermo dello smartphone, sgomberi il tavolo e tiri fuori una bilancia di precisione.
In quel silenzio comincia un rito antico, intimo e profondamente tattile.
Mentre l’acqua tiepida comincia a formare un sottile velo di vapore nella caraffa graduata di vetro, apri i barattoli. Non ci sono etichette patinate, né la rassicurante asetticità dei liquidi preconfezionati. Ci sono solo polveri bianche, sottili come neve, che portano con sé l’odore minerale, secco e inconfondibile della camera oscura.
Non c’è trucco industriale, non c’è algoritmo: c’è solo acqua, tempo e la consapevolezza che ogni singola sfumatura di grigio impressa sul tuo prossimo negativo esisterà solo grazie a ciò che hai appena pesato e creato con le tue dita.
La Formula: Il Miracolo del minimalismo e la chimica in azione. Prepariamo 1 litro di soluzione stock
Portiamo 750 ml di acqua distillata (o acqua pura) a 50° C.
Metolo (agente rivelatore): 7,5 gr
Solfito di sodio anidro (conservante, solvente): 100,0 gr
Acqua fredda: fino a completare 1,0 litro
N.B. Piccola precauzione, che consentirà la miglior formulazione e la corretta conservazione dello sviluppo. Il metolo non si scioglie facilmente in presenza di un’alta concentrazione di solfito. La procedura corretta, per evitare errori, prevede di sciogliere un piccolo “pizzico” di solfito di sodio nell’acqua a 50°, dopo aver mescolato a dovere aggiungere e sciogliere completamente il metolo, e solo successivamente versare il resto del solfito prima di portare la soluzione al volume finale.
Il pizzico di solfito va prelevato dai 100 gr già dosati, attenzione a non eccedere o il metolo non sarà totalmente solubile.
Questa precauzione evita che il metolo possa subire un’ossidazione a causa dell’ossigeno o a componenti presenti nell’acqua.
Se non avete a disposizione un bilancino di precisione, potete usare anche le provette o i cilindri graduati in ml, riempiendo fino a 7,5 gr.
Una volta sciolto correttamente tutto il metolo, potete aggiungere i restanti 100 gr circa di sodio solfito anidro (abbiamo prelevato il pizzico), e mescolare fino a completo scioglimento anche del secondo ingrediente.
Noi ci siamo forniti con i chimici Bellini, ma si trovano moltissimi fornitori di chimici all’ingrosso online a prezzi vantaggiosi, per poter sviluppare in casa a costo irrisorio.
Una volta completato il passaggio non resta altro da fare che versare acqua distillata a temperatura ambiente (mai usarla fredda o con ghiaccio) per arrivare a 1 litro di soluzione.
Il D-23 è finalmente pronto.
Si sconsiglia vivamente la mescolazione con acqua a temperature molto basse o ghiacciata perchè potrebbe andare a modificare le molecole chimiche dei componenti.
In bottiglia chiusa, senza aria, il D-23 in soluzione stock si conserva tranquillamente anche 6-7 mesi, utilizzabile anche in diluizioni 1+1 o 1+3.
GIUSEPPE QUARTARONE, appassionato di chimica e esperto di laboratorio da molti anni, lavora in totale serenità nel suo “habitat” naturale. Consigliamo sempre l’uso di occhiali protettivi, guanti e mascherina quando si effettua qualsiasi miscelazione di chimici puri.
Conservate in modo sicuro le mescole e smaltite correttamente i chimici esausti.
Perché funziona? La chimica spiegata in parole semplici
La domanda sorge spontanea: come può funzionare uno sviluppo senza un alcali forte dedicato (come il carbonato o il borace) e senza un agente di contrasto come l’idrochinone?
Il segreto risiede nell’interazione perfetta tra i due soli attori in gioco:
Il Metolo (Elon): È un agente rivelatore a riduzione rapida e a basso contrasto. Ha la particolarità di far emergere subito il dettaglio nelle zone d’ombra, costruendo la densità delle alte luci in modo lento e graduale.
Il Solfito di Sodio (il “coltellino svizzero” della formula): In questa ricetta svolge ben tre compiti contemporaneamente:
Conservante: Cattura l’ossigeno disciolto nell’acqua, impedendo al metolo di ossidarsi e deteriorarsi.
Blando attivatore alcalino: In soluzione acquosa, il solfito di sodio genera spontaneamente un pH moderatamente basico (circa pH 8.5). È un ambiente sufficientemente alcalino da “accendere” il metolo, ma abbastanza blando da impedire uno sviluppo violento.
Solvente della grana: Alla concentrazione massiccia di 100 grammi per litro, il solfito scioglie leggermente i bordi esterni dei singoli grumi d’argento metallico mentre si formano, smussandoli e restituendo una grana fine, morbida e omogenea.
Se chiedi a un vecchio stampatore di camera oscura di descrivere un negativo sviluppato in D-23 con una sola parola, la risposta sarà quasi sempre la stessa: “cremoso”.
In un panorama dominato da rivelatori contemporanei che cercano a tutti i costi l’iper-nitidezza, il microcontrasto tagliente e bordi scolpiti, il D23 persegue una filosofia visiva diametralmente opposta: l’armonia tonale e la plasticità della luce.
Ma cosa succede esattamente all’emulsione per produrre questa resa così riconoscibile?
- Azione Semi-Compensatrice: Il D-23 è rinomato per la sua straordinaria capacità di compensazione. Riesce a registrare dettagli finissimi nelle ombre più profonde senza bloccare le alte luci (highlights), prevenendo la bruciatura dei bianchi tipica dei rivelatori più energici o del D-76 fresco.
- Nessun innalzamento del pH: Il D-76 tende a subire un innalzamento del pH durante lo stoccaggio a causa della presenza dell’idrochinone, diventando nel tempo più energico, contrastato e granuloso rispetto a quando è fresco. Poiché il D-23 è privo di idrochinone, questo problema è completamente eliminato, garantendo un comportamento estremamente costante nel tempo.
- Ottimo in climi caldi: Grazie alla sua bassa alcalinità e alla propensione minima a creare velo di fondo, il D-23 è sicuro e stabile per lo sviluppo a temperature elevate, fino a 85°F / 29°C.
- Sfruttamento della sensibilità: Fornisce una sensibilità reale della pellicola del tutto paragonabile al D-76 (con una perdita minima di circa il 10% di velocità, facilmente recuperabile calibrando i tempi di sviluppo.
- Il Mito del Basso Contrasto: Spesso il D-23 viene definito erroneamente un rivelatore “esclusivamente a basso contrasto”. Questa reputazione deriva da storiche sottovalutazioni dei tempi di sviluppo raccomandati da Kodak. Se si incrementano leggermente i tempi di sviluppo, il D-23 si comporta in modo pressoché identico al D-76, offrendo un contrasto normale. Diventa un vero rivelatore a basso contrasto solo se diluito o se impiegato in sistemi a due bagni.
Mentre rivelatori ad alto contrasto tendono a “spingere” l’immagine verso i bianchi e i neri assoluti schiacciando la parte centrale della curva caratteristica, il D-23 stende una rampa incredibilmente morbida e allungata tra la Zona III (i dettagli più scuri) e la Zona VII (le luci piene).
Il D23 non è un rivelatore ad alta acutanza (come il rodinal o altri).
Metodi di sviluppo ed utilizzo
- Preparazione: Soluzione stock non diluita.
- Tempo di partenza: 12 minuti a 68°F / 20°C.
- Resa: Grana fine, ottima separazione dei toni, comportamento robusto e sicuro.
- Preparazione: 1 parte di stock + 3 parti di acqua (da miscelare appena prima dell’uso e scartare dopo il trattamento).
- Tempo di partenza: Moltiplicare per 1,5 volte il tempo della soluzione stock (es. circa 18 minuti a 20°C).
- Volume di sicurezza: Poiché la soluzione è molto diluita, per evitare l’esaurimento precoce dei chimici è fondamentale utilizzare un volume di sviluppo triplo (almeno 500-1000 ml di soluzione di lavoro per rullino).
- Resa: Contrasto più morbido, gamma di grigi splendidamente estesa nei toni medi e massima nitidezza percepita (acutance). È una combinazione eccellente per pellicole moderne a grana tabulare (come T-Max o Delta).
- 1 minuto in D-23 con agitazione costante.
- 4 minuti in un bagno di acqua ferma (senza alcuna agitazione).
- 1 minuto in D23 con agitazione costante.
- 4 minuti in acqua ferma.
- 1 minuto in D23 con agitazione costante.
- 4 minuti in acqua ferma.
- Primo Bagno (Bath A):
- Acqua a 52°C: 750 ml
- Metolo: 5,0 g (ridotto a 5g per massimizzare la finezza)
- Solfito di sodio anidro: 100,0 g
- Acqua fino a 1,0 litro
- Secondo Bagno (Bath B): Sciogliere in 500 ml di acqua uno dei seguenti acceleratori a scelta:
- Borace (18,0 g): per la grana più fine e il contrasto più basso (ideale per contrarre il contrasto).
- Metaborato di sodio / Kodalk (7,5 g): per un contrasto medio e grana moderata.
- Carbonato di sodio anidro (4,5 g): per il massimo contrasto e una grana leggermente più evidente.
Ansel Adams, il D-23 e il mito dei due bagni
Se c’è un nome che ha legato indissolubilmente il proprio lavoro al Kodak D-23, è quello di Ansel Adams.
Il maestro del paesaggio americano e co-creatore del celebre Sistema Zonale era ossessionato dal controllo assoluto della scala tonale.
Nei suoi scatti tra le vette dello Yosemite, si trovava costantemente di fronte a un incubo per qualsiasi fotografo: scene con una gamma dinamica mostruosa, con la neve accecante e le rocce illuminate dal sole diretto (Zone VIII e IX) affiancate a ombre profondissime e impenetrabili nel sottobosco (Zone I e II).
Nel sistema tradizionale, per comprimere un contrasto così violento si ricorre allo sviluppo ridotto (contrazione N-2 o N-3), che però rischia spesso di rendere i mezzitoni piatti, grigiastri e privi di vita.
Per risolvere questo dilemma, Adams e i grandi maestri del grande formato perfezionarono una variante leggendaria: il D-23 Diviso (o Two-Bath D-23), spiegato sopra.
Relazione con altri rivelatori storici
- D-76: Il D-23 è strutturalmente un D-76 privato dell’idrochinone e del borace, con il metolo aumentato a 7,5 g (rispetto ai 2 g del D-76) per compensare l’assenza di altri acceleratori e proteggere lo sviluppo da conservazioni molto lunghe.
- D-25: Henn scoprì che abbassando il pH del D-23 a circa 7,0 mediante l’aggiunta di 15 g/L di bisolfito di sodio, si riduceva drasticamente l’attività dello sviluppo ma si otteneva una grana superfine eccezionale (pari ai tossici sviluppi alla para-fenilendiammina).
Questo sviluppo fu battezzato Kodak D-25. - Kodak Microdol / Microdol-X: Microdol non è altro che un’evoluzione del D-23 (formulato con 5 g di metolo anziché 7,5) a cui è stato aggiunto del cloruro di sodio (comune sale da cucina), un potente agente per la riduzione della grana scoperto da Henn che agisce senza penalizzare eccessivamente i tempi di sviluppo.
Perché oggi vale ancora la pena pesare le polveri
Viviamo in un tempo strano e meraviglioso per la fotografia a pellicola. Mentre riscopriamo l’incanto del grano d’argento, ci ritroviamo a fare i conti con scaffali vuoti, listini che si impennano e flaconi industriali che si spengono nell’ombra dei nostri armadi, ossidandosi prima ancora di aver rivelato tutta la luce che avevano promesso.
In questo scenario, riscoprire il Kodak D-23 non è un nostalgico esercizio di archeologia: è un autentico atto di resistenza poetica, una dichiarazione d’indipendenza per chiunque cerchi un dialogo intimo con la materia fotografica.
Le fabbriche possono cambiare formule, cancellare linee di produzione o chiudere i battenti. Ma il Metolo e il Solfito di Sodio appartengono all’essenza stessa della chimica: polveri pure, eterne, libere da qualsiasi marchio. Con una manciata di Solfito e pochi grammi di Metolo — per il valore di un caffè — il tempo e il controllo tornano interamente nelle tue mani, pronti a dare vita a litri di rivelatore fresco, generoso e fedele.
La prossima volta che ti troverai davanti a una luce difficile e tagliente, a un sole che acceca o a un ritratto a cui desideri donare una morbidezza d’altri tempi, concediti quello che la storia del fotografico ci ha insegnato: tempo e pazienza.
Prendi la bilancia, ascolta l’acqua che si scalda fino a 50°C e prepara il tuo D-23 con la cura silenziosa di un artigiano della luce.
Ci sono ottant’anni di storia, di argento vivo e di pura poesia fotografica che aspettano solo un tuo gesto, pazienti, sul fondo della caraffa graduata.
La fotografia analogica è godere del tempo, è tenere tra le mani il prodotto della luce, fisicamente e organicamente, non sono freddi dati dentro un hard disk, è il mobile fatto dal falegname, il quadro di un pittore, una scultura senza martello pneumatico.
Diamo al tempo, alla luce, alla chimica – e a noi stessi – il giusto tempo.
Fonti
© Steve Anchell – The Darkroom Cookbook – 2025
© Steve Anchell e Bill Troop – The Developing Cookbook – 2020
© Tim Rudman – The Photographer’s Master Printing Course
© Marco Fodde – Reflex Magazine – novembre 1999
© Oscar Ghedina – Fotoricettario