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11 September, 2026

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Charles Dickens e il paradosso della fotogenia

Dickens nel 1868 - © J. Gurney - Heritage Auction Gallery
Quante volte ci è capitato di guardare una nostra foto appena scattata e di esclamare inorriditi: “Ma sono davvero io?”.
Se pensate che l’ansia da ritratto sia un dramma esclusivo dell’era degli smartphone e dei social network, vi sbagliate di grosso.
Già nell’aprile del
1862, la celebre rivista All the Year Round, condotta da Charles Dickens, affrontava esattamente lo stesso trauma in un ironico e illuminante articolo intitolato The Carte de Visite.
Il testo descrive con pungente umorismo lo shock iniziale, definito un vero e proprio “colpo pesante”, che i vittoriani subivano nel vedere per la prima volta i propri ritratti fotografici stampati sui celebri cartoncini “carte da visita” da collezionare.
Le reazioni descritte sembrano incredibilmente attuali: c’era chi si lasciava sfuggire esclamazioni di sorpresa e chi, in preda allo sconforto, fissava l’immagine stringendola tra le mani e rigirandola in silenzio agonizzante
.
Può sembrarci strano oggi, ma immaginiamo un’epoca in cui, oltre lo specchio, nessuno può mostrarvi come realmente apparite, in un contesto, in uno spazio, da lontano, seduti, ecc… Siamo nell’epoca in cui soltanto una strettissima e ricchissima parte dell’umanità può permettersi un ritratto fotografico, e all’improvviso, questo piccolo formato fotografico, economico, tascabile, diventa popolare, fa moda e conquista il mondo, creando non poco dissenso.
In questa acuta analisi ottocentesca della “prova fotografica”, emerge una teoria tanto curiosa quanto consolatoria: quello che potremmo definire il paradosso della fotogenia. Secondo l’articolo, infatti, la neonata arte della fotografia si comportava in modo del tutto imprevedibile e quasi beffardo: tendeva a favorire le persone dall’aspetto ordinario e dalle abilità “mediocri”, facendole apparire improvvisamente bellissime e brillanti davanti agli occhi stupiti di amici e parenti. Al contrario, chi possedeva una bellezza autentica, lineamenti perfettamente simmetrici o un “vero genio”, finiva spesso per essere brutalmente mortificato dalla macchina fotografica.
Ma per quale motivo l’obiettivo ottocentesco si divertiva a capovolgere la realtà, punendo i belli e premiando i “mediocri”?
La risposta di Dickens e dei suoi redattori è un’affascinante lezione di estetica che vale ancora oggi.
Articolo completo, "The Carte de Visite" del 26 aprile 1862 sulla rivista All The Year Round

The Carte de Visite - Charles Dickens

L’articolo offre un’analisi umoristica, sociale ed estetica sul fenomeno emergente delle carte de visite (piccoli ritratti fotografici che le persone collezionavano e si scambiavano) e su quella che l’autore definisce la “prova fotografica” (photographic ordeal).

L’autore descrive lo sgomento che spesso le persone provano quando vedono la propria foto per la prima volta, un trauma a cui ci si deve faticosamente abituare. Nonostante queste delusioni, il business della fotografia ha un successo enorme perché fa leva sulla vanità umana.
Gli album fotografici stanno rapidamente sostituendo i vecchi “cestini per i biglietti da visita” nei salotti, diventando il nuovo mezzo per sfoggiare le proprie conoscenze importanti (“Lady Puddicombe”) e il proprio status
.

Lady Puddicombe rappresenta la tipica aristocratica (o aspirante tale) che, abituata alle lusinghe dei pittori, subisce un vero e proprio shock psicologico davanti a un dagherrotipo.

Il testo fa un’osservazione acuta (e ironica): la macchina fotografica tende a favorire le persone dall’aspetto “ordinario” o con lineamenti irregolari, rendendole più affascinanti. Al contrario, fallisce miseramente nel catturare la vera bellezza, perché non è in grado di riprodurre il colore (degli occhi, delle labbra, della carnagione) e trasforma spesso le espressioni vivaci in smorfie o sguardi cupi.
Farsi fotografare viene paragonato alle estenuanti pose del passato per i ritratti dipinti, che avvenivano in stanze squallide simili a sale d’attesa del dentista. Anche se la fotografia moderna richiede solo “trenta secondi” di posa, l’obbligo di restare assolutamente immobili rende questo tempo un’eternità, scatenando nel soggetto l’impulso irrefrenabile di starnutire, tossire o scoppiare a ridere.
L’autore deride anche l’uso di sfondi finti e di oggetti di scena standard (colonne, tende di velluto, mappamondi) spesso totalmente inappropriati alla professione della persona ritratta (usanza dell’epoca, il fotografo aveva un vero atelier, dove i soggetti fotografati potevano posare davanti a sfondi meravigliosi, ville, location da sogno, con oggetti di scena di qualsiasi tipo, ricordiamo anche Nadar e i cesti per mongolfiere).

Nell’ultima parte, l’articolo si trasforma in una critica tecnica.
L’autore nota che la stragrande maggioranza dei fotografi sbaglia a usare una forte luce diffusa proveniente dall’alto (“top-light”), poiché questa crea antiestetiche borse sotto gli occhi e fa apparire il naso all’insù proiettando un’ombra nera sotto di esso
. Al contrario, loda il fotografo francese M. Camille Silvy, che ha aperto uno studio in Inghilterra, per aver compreso che il vero segreto di un ritratto ben riuscito risiede nell’uso sapiente delle ombre e in un’illuminazione posizionata all’altezza del viso o lateralmente, capace di nascondere i difetti ed esaltare i pregi del volto.

Copertina della rivista All The Year Round del 1891 © Chapman & Hall

Oltre il "Click": La Rivoluzione della Carte de Visite e l'Instagram dell'Ottocento

Per comprendere appieno l’ironia pungente di Dickens, dobbiamo fare un passo indietro e calarci nelle strade della Londra di metà Ottocento.
In piena Rivoluzione Industriale, la società stava cambiando volto: una nuova, rampante e numerosa classe media (borghesi, commercianti, impiegati) iniziava a reclamare i privilegi che fino a poco tempo prima erano esclusiva dell’aristocrazia. E quale privilegio era più elitario della propria immagine tramandata ai posteri?
Non un “semplice” ritratto, un quadro o un’incisione. Una fotografia, la prova tangibile di cosa era stato, la verità totale.

Prima dell’invenzione della fotografia, farsi fare un ritratto era una faccenda per pochi eletti. Richiedeva tempo e, soprattutto, molto denaro. Come ricorda lo stesso Dickens nel suo articolo, le vecchie generazioni dovevano sopportare l’agonia di lunghe sedute per farsi dipingere da pittori in stanze cupe e squallide, circondati da opere d’arte deprimenti. Poi arrivò la dagherrotipia, affascinante ma pur sempre costosa: ogni immagine era un pezzo unico impresso su lastre d’argento, delicato e inavvicinabile per le tasche dei lavoratori.

Il vero “Big Bang” sociale ed estetico avvenne in Francia nel 1854, quando il fotografo André-Adolphe-Eugène Disdéri brevettò un’invenzione geniale: la carte de visite.

L’intuizione di Disdéri fu tecnica ed economica al tempo stesso. Utilizzando una macchina fotografica dotata di più obiettivi, riuscì a imprimere fino a otto scatti diversi su un’unica lastra di vetro negativa. Una volta stampata la lastra su carta, bastava ritagliare le otto immaginette e incollarle su piccoli cartoncini rigidi (grandi all’incirca 6×9 cm, le dimensioni, appunto, di un biglietto da visita).

Il risultato? I costi di produzione crollarono verticalmente. All’improvviso, il ritratto non era più un lusso per duchi e regnanti, ma un capriccio alla portata di sarti, bottegai e operai specializzati. Fu la prima, vera democratizzazione dell’immagine fotografica.

Questa rivoluzione tecnologica innescò una vera e propria follia collettiva, passata alla storia come Cartomania. Farsi fotografare e scambiarsi le carte de visite divenne un rito sociale irrinunciabile. La regina Vittoria e il Principe Alberto furono tra i primi a farsi ritrarre in questo formato per distribuire le proprie foto al popolo, scatenando un effetto emulazione senza precedenti.

Ecco perché Dickens e i suoi redattori scrivono che i nuovi album fotografici stavano rapidamente prendendo il posto del “tanto apprezzato cestino dei biglietti da visita”. L’album nei salotti divenne lo strumento definitivo per fare personal branding. Non contava più solo chi veniva a farti visita, ma chi potevi sfoggiare nel tuo prezioso libro rilegato in pelle. Potevi mettere la foto della signora Brown della porta accanto, ma magari, qualche pagina dopo, spuntava il volto del sovrano o di un personaggio famoso (le cui foto venivano vendute a migliaia nelle cartolerie). 

Ma la democratizzazione portò con sé anche una clamorosa dose di “fake news” visive, ed è qui che la satira di Dickens colpisce nel segno. Le persone comuni, entrando negli studi fotografici, volevano disperatamente apparire più nobili, ricche e colte di quanto non fossero. I fotografi, assecondando questa vanità, allestivano finti scenari grandiosi. Ed ecco spiegato il ridicolo campionario di oggetti di scena di cui si prende gioco l’articolo di All the Year Round: impiegati fotografati accanto a maestose colonne e tendaggi di velluto (totalmente fuori contesto nella loro vita reale), oppure individui dalla professione improbabile ritratti con mappamondi, compassi, clessidre o libri antichi, nel disperato tentativo di darsi un tono da intellettuali o esploratori.

La carte de visite aveva dato a tutti la possibilità di mettersi in posa, ma come notò acutamente l’autore, l’obbligo di rimanere immobili in quella finzione scenica sotto una luce accecante, finiva spesso per smascherare le goffaggini di chi cercava di essere ciò che non era. In fondo, l’obiettivo non guardava in faccia a nessuno, nemmeno a chi fingeva di essere un lord.

Giovane con cappello a cilindro - Lastra di 8 Carte de Visite non ritagliate di André-Adolphe-Eugène Disdéri © Instituto del Patrimonio Cultural de España
Carta da Visita all'albumina dei fratelli Southwell , 1864 NPG © National Portrait Gallery, Londra

Conclusione? Dal dagherrotipo ai reel, la vanità non cambia mai

In definitiva, rileggere oggi The Carte de Visite è come scoprire che Charles Dickens avesse previsto, con un secolo e mezzo di anticipo, la nostra dipendenza dai social media. Ciò che lui definiva “una scossa molto pesante” nel vedere il proprio ritratto per la prima volta, è esattamente lo stesso brivido di disappunto che proviamo oggi quando veniamo taggati in una foto venuta male.

Se oggi curiamo ossessivamente la nostra “griglia” sul profilo, i vittoriani usavano l’album fotografico come una vetrina sociale per ostentare conoscenze altolocate. Esibire la foto della “cara Lady Puddicombe”, del cantante di opera o del Papa, era il loro modo di fare personal branding e scalata sociale.
Dickens descriveva l’agonia di restare immobili per trenta secondi, lottando contro l’impulso di fare smorfie o starnutire. Oggi non dobbiamo più stare immobili, ma ripetiamo lo scatto decine di volte cercando quell’angolazione perfetta che la macchina fotografica — come notava Dickens — spesso nega alle persone davvero belle o carismatiche, preferendo lineamenti più ordinari e simmetrici.

Che si tratti di un cartoncino albuminato o di un post su TikTok, il paradosso resta lo stesso: cerchiamo in un’immagine fissa la conferma della nostra identità, dimenticando che — come scriveva l’autore — dare una giusta rappresentazione visiva di un uomo è difficile quanto scriverne una biografia fedele dello spirito. In fondo, siamo tutti ancora lì, seduti su quel “trono di velluto”, in attesa di un click che ci restituisca la versione migliore di noi stessi.

Rileggere oggi The Carte de Visite è come guardarsi in uno specchio vecchio di centosessant’anni e scoprire che i nostri lineamenti, almeno quelli psicologici, non sono cambiati affatto. Charles Dickens ci ha lasciato molto più di una critica tecnica sulla “luce dall’alto” che scava occhiaie profonde o sulle ombre che trasformano i nasi in “bottoni isolati”. Ci ha lasciato un manuale sulla vanità umana di fronte al progresso.

Fonti

Dickens Journals Online ©

Marléne Micheloni ©, per le traduzioni degli articoli

National Portrait Gallery ©

Instituto del Patrimonio Cultural de España ©

All the Year Round © C. Dickens 

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