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11 September, 2026

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Il ritorno dell'Aura: perché la Polaroid è il Dagherrotipo del XX Secolo

Nel vasto panorama del pensiero tecnico e artistico della fotografia, l’invenzione di Daguerre e l’avvento della Polaroid rappresentano due poli temporali che condividono una fascinazione comune: l’automatismo e la capacità dell’immagine di generarsi quasi in autonomia.
Siamo chiaramente di fronte ad uno dei rapporti di paragone storico/artistico più eccezionale di sempre, specialmente dal punto di vista del pensiero sull’immagine e sul valore dell’oggetto come unico ed irriproducibile, entrambe foto ed entrambe analogiche, prive di negativo o di matrice.
Analizziamo passo passo l’aspetto tecnico, filosofico e sociale di questi simili – e molto diversi – mezzi di divulgazione dell’immagine.

Il Dagherrotipo e il "tempo mitico" della natura che si disegna

Riflettendo sulle origini del mezzo fotografico e sull’invenzione di Daguerre, le fonti ci riportano a quello che viene definito da Ugo Mulas: un “tempo mitico”.
In questo periodo pionieristico, il pensiero tecnico era guidato dallo stupore di fronte a «foto fatte dal sole», dove «oggetti naturali si delineano da sé senza l’aiuto della matita dell’artista».
Il dagherrotipo e le primissime tecniche nascono da un’esigenza quasi scientifica di oggettività. Come viene sottolineato, queste invenzioni scaturiscono da uno scienziato fantasioso ma «privo di fiducia nella abilità della propria mano», il quale si convince della necessità di trovare uno strumento «piú efficace della matita infedele per catturare queste immagini fugaci».
Il riferimento qui è chiaramente a Niépce e Fox Talbot, entrambi incapaci (dai loro scritti) di realizzare a mano libera disegni precisi della natura, desiderosi di poter “congelare” il presente con uno strumento ottico.
Il paradosso e la magia di questa forma artistica primordiale culminano proprio nella presentazione dell’invenzione di Daguerre, durante la quale venne affermato che «nella camera oscura, le immagini creano se stesse».
L’arte, in questo stadio, è vista come una rivelazione della realtà in cui l’intervento manuale scompare a favore della precisione chimica e ottica.

Poco dopo, perfino Baudelaire scriverà:
“Poiché la fotografia ci dà tutte le garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo, gli insensati!), l’arte è la fotografia. Da quel momento, l’immonda compagnia si precipitò, come un solo Narciso, a contemplare la propria triviale immagine sul metallo.”
 
“Il rifugio dei pittori mancati”
Jean-Baptiste Sabatier-Blot, ritratto di Louis-Jacques-Mandé Daguerre, 1844

La Polaroid: L'apice dell'immediatezza, tra "gadget" e rivoluzione artistica

Fin dal suo esordio, la fotografia ha generato una crisi profonda nei vecchi mestieri dell’immagine.
Gisèle Freund sottolinea come, prima del dagherrotipo, il bisogno di autorappresentazione della borghesia fosse soddisfatto dai pittori di miniature, che offrivano ritratti a prezzi accessibili
. L’invenzione di Daguerre spazzò via questa forma di artigianato.
Il dagherrotipo si impose perché offriva una riproduzione esatta, matematica e “impersonale” della natura, sostituendo le approssimazioni e le idealizzazioni del ritratto dipinto.

Se il dagherrotipo ha segnato l’inizio dell’immagine che si autogenera, la Polaroid rappresenta l’evoluzione finale di questo concetto estetico e tecnico, portandolo verso una semplicità estrema. L’impatto di questa tecnologia è ben esemplificato dall’esperienza del grande fotografo americano Walker Evans.
Nel luglio del 1973, Evans acquistò una Polaroid SX-70.
L’approccio iniziale verso questa forma tecnica fu ludico: Evans considerava la macchina «un “giocattolo”» e un «gadget». Tuttavia, proprio questa immediatezza tecnica ebbe un effetto dirompente sulla sua forma artistica. Evans rimase «cosí affascinato e soddisfatto dai risultati che si sentí “davvero ringiovanito”», arrivando a dedicare gli ultimi quattordici mesi della sua vita quasi esclusivamente a questo strumento.
La Polaroid permise a Evans di esplorare «con un piacere sfrenato il potenziale creativo» del colore.
Il pensiero tecnico dietro la Polaroid non era più volto a dimostrare un miracolo scientifico (come ai tempi di Daguerre), ma a catturare la realtà con una «semplicità» senza precedenti. Un esempio emblematico di questa forma artistica è la Polaroid scattata da Evans a una cassetta delle lettere su cui compare la parola “LETTERS”: un’immagine che «funzionato perfettamente» nel suo intento, diventando l’emblema di un’immagine che, di fatto, si «auto-etichetta».
 
Se per Walker Evans la Polaroid SX-70 rappresentò negli ultimi anni di vita un “giocattolo” capace di ringiovanirlo, permettendogli di isolare frammenti di realtà affidandosi unicamente al “proprio cervello e al proprio gusto”, per molti altri maestri del Novecento l’immediatezza di questo mezzo divenne la chiave per scardinare le regole tradizionali della fotografia. La Polaroid smise presto di essere percepita solo come un “gadget” per dilettanti, trasformandosi in un potente strumento di indagine concettuale, psicologica e materica.
Macchina fotografica per dagherrotipi
Polaroid SX 70 - © Thomas Backa

L'unicità dell'opera contro "l'arte media"

Dal punto di vista strutturale, il dagherrotipo e la Polaroid condividono un “difetto” tecnico che si traduce nel loro massimo pregio artistico: l’incapacità nativa di fornire copie.
Il dagherrotipo produceva un’unica lastra metallica, così come la Polaroid produce “un’edizione di uno”.
Questo aspetto è cruciale se letto attraverso le lenti del sociologo Pierre Bourdieu, che definisce la fotografia un'”arte media”, spesso svalutata proprio a causa della sua immensa riproducibilità tecnica e della sua accessibilità di massa.
Producendo positivi diretti privi di un negativo moltiplicabile,
dagherrotipo e Polaroid restituiscono all’immagine l’aura dell’opera d’arte unica (l’hic et nunc descritto da Walter Benjamin). Rifiutando la natura di “volantino” riproducibile, questi oggetti riacquistano una fisicità e una vulnerabilità tattile che li avvicina al manufatto pittorico, pur essendone l’antitesi meccanica.

L'intimità assoluta e il feticcio privato: Mapplethorpe e Mollino

L’innovazione più dirompente della Polaroid fu l’eliminazione della camera oscura e del laboratorio di sviluppo.
Per la prima volta, il fotografo non doveva più consegnare il proprio rullino a uno stampatore estraneo.
Questa privacy assoluta attrasse artisti che facevano dell’eros e dell’intimità il fulcro della loro ricerca. Robert Mapplethorpe trovò nella Polaroid una compagna inseparabile, utilizzandola per esplorare la propria identità sessuale e per ritrarre la sua musa, Patti Smith.
L’istantaneità permetteva una condivisione immediata dell’immagine con il modello, creando una forte carica erotica e relazionale durante lo scatto.
 
Chi è nato prima degli anni ’90 ricorda bene come l’intimità fotografica fosse spesso mediata da sguardi estranei: quelli dei tecnici di laboratorio incaricati dello sviluppo e della stampa. Questa consapevolezza rendeva il nudo vernacolare o lo scatto privato un’esperienza quasi proibitiva. La Polaroid ha scardinato questo limite, restituendo all’amatore la totale sovranità sull’immagine e democratizzando una privacy che, prima di allora, era accessibile solo a chi possedeva le competenze tecniche per gestire una camera oscura.
 
Mapplethorpe, inoltre, non apprezzava la Polaroid solo come immagine, ma “come oggetto, dotato di fisicità e di una sensualità tattile”, trasformandola in un vero e proprio feticcio da incorniciare.
Parallelamente, in Italia, Carlo Mollino utilizzò la Polaroid per creare un corpus di migliaia di ritratti femminili segreti. Il mezzo gli garantiva un’autonomia totale, permettendogli di allestire i suoi set privati e di ritoccare a mano le istantanee come fossero antiche e delicate miniature, al riparo da sguardi indiscreti.
Mia moglie Elisabetta, in dolce attesa - Campaegli 2022 © Jacopo Bongarzoni

Il "warm-up" e l'opera relazionale: Newton e Warhol

Nel campo della moda e del ritratto di celebrità, l’immediatezza della Polaroid assunse una funzione preparatoria, divenendo una sorta di “blocco per gli schizzi”.
Helmut Newton se ne serviva metodicamente prima degli scatti ufficiali per testare luci, ombre e pose.
 Newton ammetteva di provare un fascino particolare per queste istantanee preparatorie, stupendosi di come spesso contenessero “una freschezza e una spontaneità che spesso manca negli scatti finali accuratamente pianificati”.
I bordi bianchi della pellicola diventavano per lui lo spazio dove annotare appunti, trasformando l’immagine in uno strumento di lavoro vissuto e manipolato
.
Per Andy Warhol, l’apparecchio Polaroid (in particolare il modello Big Shot, una macchina di plastica a fuoco fisso pensata solo per i ritratti) divenne il punto di partenza per i suoi iconici dipinti serigrafici. 
Warhol sfruttava l’istantanea per rompere il ghiaccio con i suoi soggetti alla
Factory. Il flash spietato della macchina, unito a un trucco bianco applicato sul volto dei modelli, appiattiva i lineamenti e cancellava le rughe, compiendo quel primo passo di “straniamento” e “spersonalizzazione” necessario per trasformare l’individuo in un’icona immortale della Pop Art.

Ansel Adams - Ritratto di Jimmy Carter su Polaroid 50x60 cm - © National Portrait Gallery, Smithsonian Institution

Il superamento del limite dimensionale: La Giant Camera, Chuck Close e l'estetica onirica di Paolo Roversi

Per smontare l’accusa che la Polaroid fosse solo un “gadget” di piccole dimensioni o un giocattolo per dilettanti, Edwin Land e la sua azienda idearono nel 1976 un apparecchio mastodontico: la Giant Camera.
Costruita a mano in soli sei esemplari (di cui appena cinque ancora oggi in funzione nel mondo), questa macchina, paragonabile per dimensioni a una cabina telefonica e pesante oltre 120 chili, è capace di produrre positivi diretti a colori di 50×60 centimetri. 
Costituita da un enorme banco ottico in legno, meccanismi in ottone ed un profondo soffietto, impone al fotografo di coprirsi dentro un panno scuro per osservare nel vetro smerigliato la scena, rievocando la sacralità la lentezza e il rituale che costituiva la primordiale fotografia.

Il pittore e fotografo Chuck Close elesse la Giant Camera a strumento privilegiato per i suoi ritratti e mosaici monumentali. Close esaltava in particolare il fattore collaborativo del mezzo: diversamente dalle macchine tradizionali o dai piccoli formati, la Polaroid gigante permetteva al fotografo e al soggetto di alzarsi e avvicinarsi al muro subito dopo lo sviluppo per osservare assieme l’immagine a grandezza naturale, discutendone i dettagli in un dialogo continuo e diretto.

Sfruttando la medesima macchina, fotografi come Timothy Greenfield-Sanders e Marina Alessi hanno creato imponenti gallerie di ritratti di celebrità, artisti e scrittori; la complessità del rituale di scatto e l’impossibilità di operare a raffica obbligano il fotografo a una concentrazione assoluta, permettendo di condensare l’anima e l’intera vita del soggetto in un unico, irripetibile istante di 50×60 centimetri.

La pittura di luce: Paolo Roversi e il grande formato Polaroid

Se Chuck Close o Greenfield-Sanders hanno utilizzato il grande formato Polaroid per ottenere una precisione clinica, scultorea e quasi topografica del volto, il fotografo italiano Paolo Roversi ne ha ribaltato completamente l’utilizzo, portando la pellicola istantanea verso un’estetica profondamente pittorica, eterea e rarefatta.

 

Divenuto celebre a livello mondiale per le sue campagne di alta moda, Roversi ha fatto del grande formato Polaroid (in particolare la pellicola 8×10 pollici usata su un banco ottico Deardorff, spingendosi fino a utilizzare la stessa Giant Camera 20×24) la sua inconfondibile firma stilistica. Il suo approccio tecnico rappresenta un affascinante ritorno al “tempo mitico” del dagherrotipo: Roversi lavora quasi esclusivamente in studio, utilizzando tempi di esposizione lunghissimi (spesso di diversi secondi) combinati con la tecnica del light painting.
Lavorando nella penombra, “dipinge” letteralmente i suoi soggetti muovendo una piccola torcia (una Mag-Lite) durante l’esposizione aperta.

La Polaroid di grande formato si rivela il medium perfetto per questa pratica: permette a Roversi di verificare immediatamente il delicatissimo ed empirico bilanciamento tra luci e ombre appena dipinte, correggendo il tiro scatto dopo scatto. Sotto le sue mani, la densa e vischiosa chimica della pellicola Polaroid smette di essere un mezzo di registrazione oggettiva e si trasforma in una tela. I soggetti di Roversi – modelle che sembrano madonne rinascimentali o figure spettrali – affiorano dall’oscurità con contorni morbidi e sfocati, avvolti da cromatismi alterati, dominanti calde e aloni misteriosi.

Nel lavoro di Roversi, il superamento del limite dimensionale della Polaroid si sposa con il superamento del limite realistico del mezzo. L’istantanea non congela più la brutale realtà dell’istante, ma diviene un’apparizione onirica, un manufatto fragile e prezioso in cui l’imprevedibilità chimica della macchina e il gesto manuale e pittorico del fotografo si fondono in un’unica, irripetibile opera d’arte.

La forma artistica: L'unicità dell'opera e il "positivo diretto"

Come premesso, dal punto di vista della forma artistica, il dagherrotipo e la Polaroid (in particolare le pellicole integrali come quelle della SX-70) condividono una natura strutturale rarissima nella storia della fotografia: producono positivi diretti, ovvero immagini prive di un negativo dal quale trarre infinite copie.
Come sottolineato nelle ricerche estetiche moderne, la Polaroid richiama direttamente la “natura del dagherrotipo”, ponendo un limite alla riproducibilità tecnica e riaffermando il valore dell'”hic et nunc“, quell’aura di unicità e rarità che la fotografia analogica tradizionale aveva perso.
Entrambe le forme tecniche generano un oggetto-immagine dotato di una sua spiccata materialità e delicatezza:
 
Il Dagherrotipo: Prodotto su una delicata lamina di rame argentata, l’immagine dagherrotipica era così sensibile che “al più leggier tocco si guastavano“, rendendo necessario conservarle “racchiusi in apposite custodie guernite di vetri”.
La sua superficie metallica faceva sì che l’immagine si rivelasse come un gioco di specchi, costringendo l’osservatore a cercare la giusta inclinazione per far risplendere le ombre “di una viva luce“.
 

La Polaroid: Altrettanto materica, possiede una chimica spessa e vischiosa.
La sua celebre cornice bianca – nata in realtà da un’esigenza puramente tecnica per accogliere il serbatoio dei reagenti chimici
– si trasforma in una forma artistica a sé stante: diviene un “orizzonte immaginario” che funge da passpartout, conferendo un'”aura di oggettività all’immagine.
Come un quadro, la Polaroid nasce già incorniciata, trasformandosi in un piccolo feticcio tattile.

La magia della rivelazione in tempo reale

C’è, infine, un parallelismo emotivo e poetico tra l’Ottocento e il Novecento: il miracolo dell’immagine che appare dal nulla. Melloni descriveva lo stupore della piastra dagherrotipica investita dal vapore di mercurio, dove “come per incanto, la copia esatta dell’immagine dianzi osservata nella camera oscura” si rivelava lentamente allo sguardo.
La medesima e intatta “magia” rivive un secolo dopo con la Polaroid, un mezzo che “consegna direttamente e soprattutto istantaneamente nel palmo del fotografo un frammento di realtà”.
Questo sviluppo a vista modifica drasticamente l’atto artistico, specialmente nel ritratto. Mentre i primi modelli di dagherrotipo costringevano le persone a pose lunghissime e a un isolamento severo, l’immediatezza della Polaroid trasforma il ritratto in un momento di intensa collaborazione tra fotografo e modello, che condividono assieme “il magico momento dell’attesa”.

Oggetto fotografico come feticcio

Fin dall’Ottocento l’unicità materiale del ritratto fotografico lo porta ad assumere il ruolo di vera e propria “reliquia”.
Gli astucci dei dagherrotipi venivano spesso arricchiti con testimonianze fisiche, come ciocche di capelli della persona ritratta inserite in minuscole teche sul retro.
Questo rafforza il parallelo con la Polaroid, amata (come ricordavamo con Mapplethorpe) proprio per la sua sensualità tattile e la sua natura di reliquia fisica.

Ramsey, Alexander, 1815-1903 - © Newberry Library

Conclusioni sullo specchio della memoria, oggi

Il dagherrotipo e la Polaroid non sono semplicemente due tecnologie distanti oltre un secolo l’una dall’altra, ma rappresentano i due estremi di un cerchio perfetto nella storia della visione.
Entrambi incarnano la realizzazione della più affascinante utopia visiva dell’uomo:
il sogno di un’immagine che si autogenera, emancipandosi dalla “matita infedele” dell’artista.
Se l’invenzione di Daguerre ha inaugurato quello che Ugo Mulas definisce il “tempo mitico”, in cui la natura si disegna da sola stupendo scienziati e pittori, la Polaroid ha chiuso questo cerchio, portando l’automatismo alle sue conseguenze estreme.
L’eliminazione totale della camera oscura ha restituito l’atto fotografico alla sua essenza più pura, riducendo l’intero processo creativo unicamente, come affermava Walker Evans, “al proprio cervello e al proprio gusto”
.
 
Tuttavia, la più profonda similitudine tra questi due mezzi non risiede solo nel loro automatismo, ma nella loro meravigliosa e fragile fisicità. Essendo (come abbiamo spiegato sopra) positivi diretti, privi di un negativo moltiplicabile, sia il dagherrotipo che la Polaroid producono un’edizione di uno, un esemplare assolutamente unico e irripetibile.
 Tra questi oggetti materici e una loro eventuale copia vi è la stessa incolmabile distanza concettuale che separa un dipinto originale dalla sua migliore riproduzione stampata.
Questa limitazione tecnica si è trasformata nel loro più grande trionfo estetico.
In un’epoca dominata (prima con il calotipo e poi con il digitale) dalla riproducibilità infinita e dalla banalizzazione dell’immagine come “volantino”,
dagherrotipo e Polaroid hanno restituito alla fotografia la sua Aura.

Entrambi i mezzi azzerano il dibattito su come l’arte debba imitare la pittura: essi dimostrano che
l’artisticità non sta nella manipolazione del ritocco, ma nell’intenzione e nell’hic et nunc della scelta.
Guardare un dagherrotipo rivelarsi magicamente ai vapori di mercurio o fissare una Polaroid che emerge lentamente dalla sua densa nebbia chimica provoca, a distanza di secoli, la medesima vertigine.
È la magia dell’impronta diretta della luce che si solidifica davanti ai nostri occhi, che si fa “carne”.
Il dagherrotipo e la Polaroid ci ricordano, in definitiva, che il vero miracolo della fotografia non è mai stato quello di poter fare infinite copie del mondo, ma quello di riuscire a stringere nel palmo della mano la vertigine irripetibile di un singolo istante, salvandolo per sempre dal flusso inesorabile del tempo.

Alla fine è per questo che siamo fotografi, siamo conservatori per natura.
Forse abbiamo tutti paura del tempo, di come passi e di come faccia sparire le cose…

Fonti

François AragoRelazione sul dagherrotipo. 

 

Macedonio MelloniRelazione intorno al dagherrotipo. 

 

Ugo MulasLa Fotografia. 

 

Claudio MarraFotografia e pittura nel Novecento.

 

Christopher BonanosInstant: the story of Polaroid. 

 

Gisèle FreundFotografia e società. 

 

Pierre BourdieuUn’arte media: Saggio sugli usi sociali della fotografia. 

 

Geoff DyerL’infinito istante – Saggio sulla fotografia.  

 

Gabriele Chiesa e Paolo GosioDagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia 

 

Alice PeschiuttaLa Polaroid e i ritratti d’autore. 

 

Ando Gilardi – Storia sociale della fotografia.

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