I Ponti di Madison County, una critica alla National Geographic
Trama e diffusione del mito
L’opera di Robert James Waller, “I ponti di Madison County” (The Bridges of Madison County), pubblicata nel 1992, rappresenta uno dei casi editoriali più clamorosi del Novecento. Nato quasi per caso dal materiale raccolto da Waller durante un viaggio fotografico nell’Iowa, il romanzo si è trasformato in un fenomeno culturale globale, vendendo oltre 60 milioni di copie, seguito dal romanzo “La strada dei ricordi. Un ritorno a Madison County” dal quale non è stato tratto nessun film.
Il libro si presenta come una cronaca ritrovata, un racconto “basato su una storia vera” (sebbene sia finzione) che narra l’incontro travolgente e brevissimo tra Robert Kincaid, un fotografo del National Geographic dallo spirito libero, e Francesca Johnson, una casalinga di origini italiane confinata nella routine rurale dell’Iowa, impegnata tra cucina, figli e il marito, un ex soldato americano: Richard.
La forza del romanzo risiede nella sua capacità di esplorare il tema dell’amore maturo e del sacrificio. Non è solo la storia di un tradimento, ma quella di due “anime affini” che si riconoscono nel momento sbagliato, portando il lettore a interrogarsi sulla scelta tra il dovere verso la famiglia e la realizzazione del desiderio personale.
Nel 1995, la storia è stata portata sul grande schermo da Clint Eastwood, che ha diretto e interpretato il film accanto a una straordinaria Meryl Streep, trasformandoli in una delle coppie più romantiche e idolatrate di Hollywood.
Il film è riuscito in una missione rarissima: superare, secondo molti critici, la qualità del materiale originale. Mentre il libro di Waller indugia a volte in un lirismo molto marcato, la regia di Eastwood ha asciugato la narrazione, rendendola più intima, silenziosa e struggente. L’interpretazione della Streep, con il suo delicato accento barese e la gestualità trattenuta, ha dato a Francesca una profondità psicologica che ha reso la pellicola un classico del cinema sentimentale, nominata agli Oscar e capace di commuovere intere generazioni.
Mentre nel libro il passato italiano di Francesca è descritto attraverso i ricordi, nel film l’accento lo rende costantemente presente. Quando parla con Robert Kincaid, quell’accento sembra “risvegliarsi”, diventando il simbolo di una parte di lei che era rimasta addormentata per decenni.
Nel doppiaggio italiano, purtroppo, questa sfumatura si perde un po’, poiché Francesca parla un italiano standard (doppiata magistralmente da Maria Pia Di Meo), ma nella versione originale l’omaggio alla Puglia è evidente e dà al personaggio un’umanità straordinaria.
Meryl Streep è celebre per la sua capacità quasi soprannaturale di imparare gli accenti. Per prepararsi al ruolo, studiò a lungo per ricreare la parlata di una donna italiana che vive da vent’anni negli Stati Uniti. Non parla un italiano puro, ma un inglese con una cadenza che conserva il calore e le vocali aperte tipiche del sud Italia, e in particolare della zona di Bari, questo sottolinea l’isolamento in quella minuscola comunità cittadina, lontana dal “sogno americano” e dalla vita d’avventura.
L’opera, sia su carta che su pellicola, rimane oggi il simbolo universale degli “amori impossibili” e della bellezza malinconica delle occasioni perdute.
Robert Kincaid critica la National Geographic e l'editoria americana
L’opera di Waller appartiene ad un’epoca che guardava dall’alto (altissimo possiamo dire) il mondo digitale della fotografia.
Scritto in pieno periodo analogico (pubblicato nel 1992, poi in Italia nel 1993) e ambientato nell’estate del 1965, quando i sali d’argento erano gli unici protagonisti dell’arte fotografica.
Nel libro, Robert Kincaid non parla male in senso assoluto della National Geographic, ma esprime una profonda insofferenza verso l’evoluzione del mondo editoriale e il modo in cui l’organizzazione stava cambiando, cosa veniva chiesto di raccontare con le immagini e cosa il mondo voleva vedere.
Lamenta che ci siano “troppi uffici, troppa gente che corre in giro con dei fogli in mano” .
Segue, dalle parole di Kincaid: “Ho un contratto con il “National Geographic”, ma non occupa tutto il mio tempo. Quando mi viene un’idea, la vendo alla rivista e mi occupo della parte fotografica. Oppure sono loro a contattarmi per affidarmi qualche incarico. Non c’è molto spazio per l’espressione artistica; è una pubblicazione di stampo conservatore. Ma i compensi sono decenti. Non fantastici, ma decenti, e regolari. Per il resto, scrivo e fotografo per mio conto e vendo i servizi ad altri giornali. Se ho bisogno di soldi, lavoro per qualche società, ma è un’attività che trovo terribilmente limitante.”
Per lui, la rivista sta iniziando a seguire una direzione troppo “moderna” e meno “umana”. Sente che l’ambiente sta diventando troppo strutturato e che si sta perdendo l’approccio solitario e selvaggio che uno spirito libero, un fotografo figlio di una beat generation predilige…
Definisce se stesso come “uno degli ultimi cowboy” della fotografia.
Riconosce che il National Geographic gli permette di vivere la vita che desidera, ma sente che lo spazio per i “viaggiatori solitari” come lui si sta restringendo drasticamente.
In altri capitoli critica i computer, parla di paura per l’umanità sempre più diretta verso un futuro fatto di robot e di uomini che gestiscono macchine.
In sintesi, Kincaid rispetta il prestigio della testata, ma ne critica la perdita di anima e il passaggio verso una gestione aziendale e tecnologica che sente estranea alla sua natura di “creatura magica” e solitaria.
Macchine fotografiche di R. Kincaid citate ne I Ponti di Madison County
Un aspetto tecnico, molto interessante è l’uso delle macchine fotografiche e delle ottiche di Robert Kincaid, nel libro ampiamente spiegato, dove si intuisce – senza fatica – la passione di Robert James Waller per la fotografia.
Robert usa tre Nikon, di certo una F e una SP.
Il suo lavoro è un esercizio di pazienza e precisione artigianale. Non ha monitor per controllare lo scatto; deve conoscere la luce e la pellicola Kodachrome in modo quasi istintivo. Ogni pressione dell’otturatore ha un costo fisico ed economico.
Come si muove il nostro cowboy della fotografia?
“duecento rullini assortiti, in gran parte Kodachrome a bassa sensibilità; cavalletti; refrigeratore; tre macchine fotografiche e cinque obiettivi”
“Imponeva la sua volontà allo scenario, controbattendo ai mutamenti della luce con obiettivi differenti, pellicole diverse, occasionalmente con un filtro. Non si limitava a combattere, bensì esercitava il proprio dominio, usando l’abilità e l’intelletto”
Nello specifico: diapositive Kodachrome 25, tre Nikon (di cui una Nikon F e una Nikon SP a telemetro che utilizza per scatti in bianco e nero) e cinque ottiche.
Ottica 24 mm nikon, 105 mm nikon, 300 mm, un cavalletto gitzo ed un esposimetro. Le altre due, non sono menzionate, supponiamo (dal tipo di corredo e dall’epoca) potessero essere il 35 mm ed il 50 mm.
Oltre a questo, ovviamente, pacchetti di sigarette Camel, jeans, camice, pantaloni color caki e gilet con molte tasche, stivali Red Wing e un pick up Chevrolet che lui chiama “Harry”.
Potremmo dire, l’immagine perfetta e totale del fotografo americano in stile Jack Kerouac.
L'amore libero e la ribellione del silenzio
Robert Kincaid incarna l’archetipo dell’animale selvatico, l’ultimo dei “cowboy” che non appartiene a nessun luogo. Per lui, l’amore non è un contratto o un’abitudine, ma una “condizione dell’essere”. La sua idea di amore libero non è libertinismo, ma una connessione spirituale che non può essere recintata dalle convenzioni sociali del 1965.
Egli offre a Francesca non una nuova casa, ma la libertà di essere se stessa al di fuori del ruolo di moglie e madre. La celebre frase “Non sono mai stato così me stesso come quando sono con te” riassume questo concetto: l’amore è lo specchio in cui finalmente ci si riconosce.
Lo stile di Kincaid (sia nel libro che nel film) è l’antitesi della frenesia moderna. La sua è una fotografia di sottrazione: non cerca lo scoop, ma la luce e il pensiero attraverso la scelta della diapositiva o della pellicola monocromatica, unita alle ottiche fisse.
Il ruolo di Meryl Streep è fondamentale per elevare la storia, Francesca non è solo protagonista, è la colonna portante di un movimento in cui un popolo femminile si riconosce. Non è una vittima, ma una donna dotata di una profonda vita interiore che ha dovuto “mettere in pausa” per amore della famiglia.
Restando, non scendendo dalla macchina rossa del marito per salire su “Harry”, Francesca trasforma il suo amore in un segreto sacro.
La sua non è sottomissione, ma una forma superiore di responsabilità che trova pace solo nel testamento finale, dove chiede che le sue ceneri siano sparse dal ponte, ricongiungendosi finalmente al suo fotografo.
In definitiva, I ponti di Madison County ci insegna che esistono amori che, pur durando solo quattro giorni, hanno il potere di giustificare un’intera vita. Lo stile asciutto di Eastwood e la recitazione di sottrazione della Streep trasformano quello che poteva essere un banale melodramma in una meditazione universale sulla scelta, sul tempo e sulla bellezza di ciò che è destinato a non ripetersi mai più.
Fonti
Robert James Waller – I Ponti di Madison County © Frassinelli 1993
Clint Eastwood – I Ponti di Madison County – 1995 © Warner Bros
Flickr Sanjay Fays © 2008