1842 - Incendio di Amburgo: Stelzner e Biow inventano il fotoreportage
Amburgo, 5 maggio 1842. È l’una di notte quando le campane della chiesa di San Nicola iniziano a suonare a martello, ma non è il solito allarme. Per tre giorni e tre notti, un muro di fuoco divora il cuore pulsante di una delle più ricche città anseatiche, trasformando quartieri medievali e canali in un inferno di fumo e macerie. Alla fine, un terzo della città è scomparso, 51 sono le vittime e circa 20.000 gli sfollati, lasciando un paesaggio urbano mutilato e inghiottito nel calore e nella cenere.
Passato alla storia come il “Grande Incendio” (Der Große Brand), non fu solo un disastro urbano, ma una catastrofe alimentata da una combinazione sfortunata di negligenza, condizioni meteo avverse e una pianificazione cittadina ancora medievale.
Il fuoco divampò in una fabbrica di sigari situata in Deichstraße n. 42 (proprietà del tabaccaio Eduard Cohen), nel cuore del porto. All’epoca le case erano costruite principalmente in legno e ammassate le une sulle altre, confinando con magazzini di canapa, alcolici o lana, il che rese l’area una vera e propria polveriera.
Nonostante gli sforzi dei pompieri e dei cittadini, la tragedia fu inarrestabile, le cause principali: il forte vento, la siccità e i mezzi di soccorso ancora rudimentali.
Vennero adottate misure drastiche, l’abbattimento di edifici storici per arginare l’avanzata delle fiamme, non bastò neppure questo. Le campane della chiesa di San Nicola fusero all’interno del campanile, crollando sulla navata della chiesa in uno scenario che ricorda solo l’apocalisse.
Il fuoco era visibile a 50 km di distanza e l’impatto mediatico fu enorme.
In questo inferno tedesco, due pionieri della dagherrotipia sono certi che tutto questo non è raccontabile con le incisioni o i dipinti, serve altro, servono le riprese dal vero, serve congelare la memoria di quei momenti.
Carl Ferdinand Stelzner e Hermann Biow inventano il reportage
Tra le ceneri ancora calde, accade qualcosa di rivoluzionario. Mentre artisti e incisori si affrettano a reinterpretare il disastro con la drammaticità del pennello, due uomini, Hermann Biow e Carl Ferdinand Stelzner, scendono in strada carichi di pesanti lastre di metallo, macchine fotografiche, cavalletti, bagni chimici e soluzioni sensibili.
Ricordiamoci che la fotografia è nata da soli tre anni, è l’epoca del dagherrotipo, fotografie simili in esterna sono impegnative al limite di un trasloco con decine di kili di attrezzatura. L’impresa tecnica è monumentale.
Sistemandosi su alcuni punti panoramici della città, realizzano circa 40-50 dagherrotipi. Siamo di fronte al primo caso in cui una macchina fotografica esce in strada per documentare un fatto di cronaca, permettendo – agli assenti – di vedere con i loro occhi l’orrore dell’evento. La fotografia smette di essere solo un gioco di prestigio per l’élite e diventa, per la prima volta, la memoria visiva e indiscutibile della Storia.
I tempi di esposizione erano ancora lunghissimi, soprattutto in condizioni di meteo avverse, nubi di fumo e illuminazione scarsa.
Parliamo di esposizioni che variano dai 5 ai 15 minuti, che trasformano le fiamme in onde pittoriche e rendono le persone in movimento dei fantasmi sulla lastra.
La sfida tecnica
Non c’era tempo e modo per tornare in studio a sviluppare i dagherrotipi, semplice vero? Immaginiamo una scena simile…
Sviluppare un dagherrotipo tra le macerie di una città ancora in fiamme era un’operazione quasi folle, a metà tra la chimica e l’alchimia. Non potendo aspettare ore o giorni, Biow e Stelzner dovevano avere con sé una sorta di “laboratorio da campo” (spesso una tenda oscurata o un carro attrezzato, ricordiamo la famosa Photographic Van di Fenton in Crimea).
Fissare cavalletti e attrezzature in “sicurezza” mentre a poche centinaia di metri la città crolla e va a fuoco, compromettendo anche la stabilità dell’immagine scattata.
Il seguito è la tecnica di sviluppo di un dagherrotipo, con attrezzatura di legno pesante, fornelli, bagni chimici, mercurio liquido e vapori altamente tossici, il tutto sotto la nube di cenere di un incendio mai visto prima.
Cenni biografici sui pionieri del reportage
Hermann Biow (1804–1850):
Figlio d’arte, nacque a Breslavia (Breslau) nel 1804. Suo padre, Raphael Biow, era un noto pittore di scene storiche e decoratore d’interni.
Prima di scoprire la dagherrotipia, Hermann lavorò con il padre alla progettazione degli interni del teatro dell’Opera di Breslavia.
Questa esperienza nella gestione dei grandi spazi e della prospettiva fu fondamentale quando si trovò a dover inquadrare le vaste rovine di Amburgo: non fotografò “oggetti”, ma “scenografie di distruzione”.
Collaborò attivamente come scrittore per riviste dell’epoca come il Telegraph für Deutschland.
Questa sua anima letteraria spiega perché fu il primo a capire che la fotografia doveva “raccontare” e non solo “ritrarre”. Il reportage di Amburgo non fu un caso fortuito, ma il progetto di un intellettuale che voleva usare la luce come inchiostro per documentare il suo tempo.
Biow arrivò ad Amburgo nel 1838 come pittore, ma nel 1841, intuendo il futuro, aprì con Stelzner quello che è considerato il primo studio fotografico professionale in Germania, ironia della sorte, distrutto proprio dall’incendio di Amburgo.
Biow offrì l’intera serie (circa 46 lastre) al Senato di Amburgo per 40 monete d’oro (Friedrich d’or). Il rifiuto del Senato, basato sul dubbio che le immagini sbiadissero col tempo, è oggi considerato uno dei più grandi errori di valutazione nella storia dei beni culturali tedeschi.
Un singolo dagherrotipo originale di Biow, oggi, può valere oltre 20.000 euro nelle aste di fotografia antica.
Morì a Dresda, a soli 46 anni per avvelenamento da mercurio, vittima del suo stesso lavoro.Biow non fotografò solo l’incendio; fu il primo a ritrarre personaggi come Franz Liszt (nel 1843) e i Fratelli Grimm.
Documentò anche oltre 100 deputati del primo parlamento tedesco nel 1848, agendo di fatto come un fotoreporter prima ancora che la professione esistesse ufficialmente.
Carl Ferdinand Stelzner (1805–1894):
Anch’egli pittore miniaturista, apprese la tecnica probabilmente direttamente da Daguerre a Parigi. Nonostante la lunga vita, dovette smettere di fotografare già nel 1854 perché divenne cieco, un altro tributo pagato alla pericolosità chimica del mestiere.
Mentre Biow aveva un’anima più “giornalistica” e letteraria, Stelzner era considerato il maestro della tecnica, tra i primi ad utilizzare (anche durante l’incendio) le ottiche Petzval.
Se Biow è il padre del reportage (sono sopravvissuti, ad oggi, solo i dagherrotipi di Biow), Stelzner viene ricordato per un altro primato: nel 1843 scattò una delle prime foto di gruppo all’aperto della storia (i membri dell’Associazione degli Artisti di Amburgo), dimostrando una padronanza della luce e della composizione che derivava dalla sua formazione di pittore.
Riflessione tecnica e storica
Biow e Stelzner non furono solo vittime di una tecnologia acerba, ma martiri di un’urgenza narrativa che non conosceva precauzioni.
Se oggi possiamo osservare i volti e i luoghi del passato con una nitidezza quasi soprannaturale, lo dobbiamo anche a chi, tra i fumi invisibili del mercurio, ha consumato la propria salute per regalarci la prima, vera memoria visiva del mondo. Il loro sacrificio resta impresso nell’argento delle lastre, un monito silenzioso su quanto possa costare, a volte, la ricerca della verità.
Quelli che oggi chiamiamo “pionieri” erano uomini e donne che respiravano il veleno pur di fermare il tempo. La prossima volta che osserveremo un dagherrotipo del XIX secolo, dovremmo guardare oltre il contrasto delle ombre e chiederci quale prezzo sia stato pagato per quella luce. Il mercurio ha spento le loro vite, ma la loro visione sopravvive ancora oggi, impressa in modo indelebile nella storia della nostra cultura visiva.
Fonti
Weimar Wilhelm – Die Daguerreotypie in Hamburg, 1839-1860 © 1915
Beaumont Newhall – Storia della Fotografia – Einaudi © 1972
Ezio Costanzo – L’Istante e la Storia – Le Nove Muse Editrice © 2017
Getty ©
Museum für Hamburgische Geschichte ©
Museum Ludwig ©